“La recente vicenda delle due aziende piacentine poste sotto sequestro perchè riconducibili a un esponente palermitano di Cosa Nostra, sono un sintomo preoccupante. L’ennesimo segnale di vulnerabilità del territorio emiliano e piacentino alle infiltrazioni della malavita”. Lo afferma il consigliere regionale piacentino del Partito Democratico Marco Carini, che ha presentato una risoluzione all’assemblea legislativa per sollecitare l’adesione degli enti locali e di tutti gli attori territoriali ai protocolli di legalità introdotti dall’Emilia Romagna per monitorare e contrastare tutte le mafie.
“L’adesione delle istituzioni locali – fa notare Carini con la risoluzione – si è dimostrata infatti in alcuni casi piuttosto contenuta, come ad esempio in Provincia di Piacenza, dove solo 8 comuni su 48 finora hanno aderito ai protocolli di legalità con la Prefettura per la trasmissione dei dati relativi agli appalti e forniture di lavori pubblici sottosoglia (al di sotto dei 250mila euro di importo), ed anche aziende pubbliche controllate dalla Regione come l’Asl non hanno aderito”.
“Voglio ricordare come la Regione – fa notare Carini – si sia attivata per tempo con strumenti concreti di lotta alle infiltrazioni mafiose e di promozione della legalità, attraverso iniziative legislative nel settore edile e delle costruzioni a committenza pubblica e privata, con l’attuazione coordinata delle politiche regionali a favore della prevenzione del crimine organizzato e mafioso, e tramite la richiesta da me promossa dell’istituzione di una Agenzia della Dia sul proprio territorio. A settembre scorso si è chiuso inoltre il bando con cui la Regione ha erogato un milione di euro ad associazionismo, volontariato ed enti locali per progetti di prevenzione e di rafforzamento della cultura della legalità e della cittadinanza responsabile”.
Per incentivare l’adesione ai protocolli di legalità, la risoluzione presentata dal consigliere Carini invita la giunta regionale a “pubblicizzare in ogni sede l’esistenza di tutti gli strumenti messi in atto per la lotta alle mafie, accelerando il processo di adesione di tutte le aziende della Regione, sollecitando l’adesione generalizzata ai protocolli di legalità da parte di tutti gli attori territoriali, a partire dalle istituzioni locali e dalle aziende pubbliche”.
2156 Risoluzione proposta dai consiglieri Carini, Monari, Marani, Mumolo, Fiammenghi, Cevenini, Piva, Montanari, Zoffoli, Costi, Luciano Vecchi, Barbieri, Casadei, Ferrari, Mazzotti, Pariani, Pagani, Alessandrini e Mori per invitare la Giunta a pubblicizzare in ogni sede tutti gli strumenti messi in atto per la lotta alle mafie, accelerando il processo di adesione ai protocolli di legalità (documento in data 22 12 11).
Il documento, presentato da 15 consiglieri del Partito democratico, individua temi e priorità, dopo l’istituzione in maggio dello specifico gruppo di lavoro regionale da parte della Giunta. Tra le riflessioni poste, l’eventuale necessità di un Centro di riferimento regionale. Il comunicato del Servizio informazione dell’Assemblea legislativa regionale.
Bologna, 6 luglio 2011 – Il tema delle cure palliative pediatriche è al centro di una risoluzione presentata da 15 consiglieri regionali del Partito democratico. Il documento individua temi e priorità, dopo l’istituzione in maggio, da parte della Giunta, del gruppo di lavoro “La Rete di cure palliative pediatriche”.
Tra le riflessioni poste: l’attivazione di percorsi comuni di formazione delle equipe territoriali e di reparto; l’organizzazione dell’assistenza domiciliare gestita dallle Aziende Usl; il coinvolgimento delle associazioni di volontariato in adeguati percorsi di formazione; il reperimento di risorse per prevedere la figura dello psicologo a domicilio e lo stanziamento di risorse per l’attivazione di un protocollo di formazione e sensibilizzazione dei pediatri.
In particolare, il documento chiede alla Giunta di sollecitare una riflessione sulla eventuale necessità di un Centro di riferimento regionale per le cure palliative pediatriche, come luogo qualificato dove elaborare ed estendere le buone pratiche cliniche ed assistenziali ad altre strutture regionali.
Di seguito, il comunicato stampa del Servizio informazione dell’Assemblea legislativa regionale.
“Bologna – L’istituzione del gruppo di lavoro “La Rete di cure palliative pediatriche” (Determinazione della Giunta Regionale n° 5410 dell’11 Maggio 2011), che ha l’obiettivo di contribuire a definire un elaborato programma regionale sulla rete di cure palliative pediatriche, è al centro di una risoluzione presentata da 15 consiglieri regionali del pd (prima firmataria Rita Moriconi).
Nel documento si chiede alla Giunta di monitorare, nell’ambito degli obiettivi fissati nella determinazione, l’attività del gruppo di lavoro anche sollecitando una riflessione sulla eventuale necessità di creare un centro di riferimento regionale per le cure palliative pediatriche, che non sia solo una risposta alla crescente domanda di posti letto, ma serva anche come luogo qualificato dove elaborare ed estendere ad altre strutture regionali le buone pratiche di tali cure.
La Regione dovrà anche attivarsi perché il gruppo di lavoro presti particolare attenzione ad alcuni temi, come: l’attivazione di percorsi comuni di formazione delle equipe territoriali e di reparto; l’organizzazione dell’assistenza domiciliare gestita dal personale territoriale (AUSL); il coinvolgimento delle associazioni di volontariato in adeguati percorsi di formazione; il reperimento di risorse per prevedere la figura dello psicologo a domicilio e lo stanziamento di risorse per l’attivazione di un protocollo di formazione e sensibilizzazione dei pediatri.
Altri argomenti prioritari che il gruppo di lavoro dovrebbe affrontare sono: la definizione di un protocollo relativo alle caratteristiche minime che devono possedere le strutture dove i minori affetti da malattie oncologiche sono presi in carico, in modo tale da ottenere forme di continuità con le attività svolte dai piccoli pazienti al di fuori della struttura, per esempio, sul piano ludico-ricreativo, si ricorda il progetto “Giocoamico” attivato nel reparto di Oncoematologia pediatrica dell’Azienda ospedaliera universitaria di Parma, ed infine il reperimento di risorse e l’attivazione di progetti per protocolli di indirizzo, anche in collaborazione con privati o riqualificando il patrimonio edilizio di competenza delle AUSL o delle locali P.A., al fine di realizzare un adeguato supporto logistico abitativo per le famiglie dei minori che approdano alle strutture specializzate da territori lontani.
Moriconi e colleghi, a questo proposito, ricordano la legge 38/2010 “Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore”, che definisce le linee secondo le quali le strutture sanitarie che erogano cure palliative devono rispettare i principi di tutela della dignità umana e dell’autonomia del malato senza discriminazioni, la garanzia e la promozione della qualità della vita fino al suo termine e la vigilanza per un adeguato sostegno sanitario e socio-assistenziale della persona malata e della sua famiglia. Un punto fondamentale della legge – aggiungono – richiama la tutela del diritto del malato ad accedere alle cure palliative ed alla terapia del dolore come prestazioni sanitarie che fanno parte integrante del livelli essenziali di assistenza, ivi compresi i pazienti in età pediatrica. Sulla base dell’Accordo Stato-Regioni del 18 Gennaio 2011, riguardante il documento “Linee guida per la promozione, lo sviluppo e il coordinamento degli interventi regionali nell’ambito della rete di cure palliative e della rete di terapia del dolore”, si prevede inoltre l’istituzione di coordinamenti di livello regionale e territoriale per sostenere lo sviluppo di cure palliative, anche pediatriche, nelle strutture residenziali, a domicilio ed in ospedale.
I firmatari citano poi alcuni dati: in Emilia Romagna, in base ad uno studio commissionato dalla Regione nel periodo 2002/2006 sull’analisi della mortalità come possibile indicatore di fabbisogni ed utenza potenziale di cure palliative rivolte ai minori (0-17), si sono registrati 230 decessi con un tasso medio annuale pari allo 0,76/10.000. Nello stesso periodo la mortalità per tumore ha registrato 112 decessi rappresentando il 49% dei casi. Inoltre, se si considerassero anche i casi perinatali, il tasso si aggirerebbe attorno al valore di 1,2/10.000 con una mortalità proporzionale per tumore pari al 30%.
La terapia palliativa – scrivono i consiglieri – non deve essere intesa dunque come semplice riduzione dell’intensità e quantità della terapia, ma dovrà invece trovare una giusta dimensione di intervento sanitario (medico, assistenziale, farmacologico e fisico) a fronte dei bisogni di ogni specifico paziente, con l’obiettivo di rendere più elevata possibile la sua qualità di vita per un tempo definito dalla natura e non dalla medicina.
La necessità di strutture che attuino cure palliative pediatriche, anche nella nostra regione, è poi legato al fatto che non è estensibile nell’ambito pediatrico l’approccio tipico che si riserva verso l’adulto: non si tratta quindi di un semplice problema di posti letto, ma di approcciare la questione in modo multidisciplinare e su diversi piani per guidare il percorso terminale con minori sofferenze possibili per il paziente, con un’attenzione precisa verso i suoi familiari ed anche all’entourage medico sanitario.
Hanno sottoscritto la risoluzione, oltre a Moriconi, i consiglieri: Marco Monari, Luciano Vecchi, Marco Carini, Marco Barbieri, Gabriele Ferrari, Antonio Mumolo, Roberto Montanari, Paola Marani, Roberto Piva, Anna Pariani, Thomas Casadei, Palma Costi, Roberta Mori e Stefano Bonaccini. (AC)”
Il gruppo consigliare PD all’Assemblea Legislativa dell’Emilia Romagna ha formalizzato questa mattina, all’atto dell’insediamento della nuova Assemblea, l’elezione a Vicepresidente del gruppo della consigliera Anna Pariani.
E’ una responsabilità di grande rilevanza politica e di assoluto prestigio, che la colloca ai vertici della direzione del gruppo assembleare più importante che sostiene la giunta Errani. Un’alta responsabilità che Anna merita e che consente al PD regionale di usufruire ai massimi livelli di una donna che ha dimostrato grandi capacità politiche e di governo.
E’ inoltre un ruolo che consentirà alla Vicepresidente Pariani di occuparsi autorevolmente di tutte le tematiche che interessano i rapporti Regione-territorio (in coerenza con il suo slogan elettorale), poiché la direzione del Gruppo di maggioranza interloquisce quotidianamente con la Presidenza della Regione, con la Giunta e con le Commissioni Tematiche. Tale responsabilità rappresenta quindi un’opportunità importante per i cittadini del nostro territorio, per le imprese, per le organizzazioni del lavoro, del volontariato e del sociale nonché ovviamente per i sindaci e per gli amministratori degli enti locali.
Per tutte queste ragioni l’Unione Territoriale Imolese esprime piena soddisfazione per il ruolo affidato ad Anna. Riteniamo pienamente raggiunti i due obiettivi fondamentali che il partito si era proposto: creare le condizioni migliori per valorizzare le qualità personali espresse dalla Consigliera regionale imolese e rappresentare efficacemente le istanze del nostro territorio in Regione.
Ad Anna Pariani le più vive congratulazioni e i più sinceri auguri di buon lavoro da parte di tutto il partito territoriale.
Fabrizio Castellari, Segretario PD Unione Territoriale Imolese
Anna Pariani, vicecapogruppo PD alla Regione Emilia-Romagna, ha introdotto l’incontro pubblico “Un nuovo welfare di comunità in Emilia – Romagna” tenutosi a Bologna lo scorso 15 aprile. Di seguito la sua relazione introduttiva.
L’art. 3 della Costituzione recita “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”
Per noi, per il Partito Democratico, ciò significa che è compito dello Stato garantire il diritto alla sicurezza, alla salute, all’istruzione, al benessere sociale ed economico in modo universale, a tutti bambini e le bambine nate in questo paese, ai giovani che affrontano le sfide della vita, a chi non è autosufficiente, alle famiglie che si assumono compiti educativi e di cura, a tutti coloro, a qualsiasi età e per qualsiasi ragione, che si trovino ad affrontare difficoltà e malattie, alle persone anziane che hanno diritto di vivere serenamente l’ultima parte della loro vita.
Un compiuto sistema di welfare è fondato su un sistema fiscale equo e progressivo. Nel nostro Paese la finanza è meno tassata del lavoro e dell’impresa e questo è già un elemento di sperequazione, che si aggiunge alla mancanza di un sostegno fiscale ai compiti di cura. Noi abbiamo proposto, a livello nazionale, la modifica delle detrazioni legata ai carichi familiari, l’imposta negativa per gli incapienti e il bonus fiscale di 3000 euro per ogni figlio.
Un compiuto sistema di welfare si attua attraverso la riforma delle tipologie contrattuali e degli ammortizzatori sociali, che devono divenire universali e includere le giovani generazioni prive di protezioni per l’oggi, quando perdono il lavoro, e per il domani, quando non avranno neppure pensioni di sussistenza. Il PD ha già oggi le proposte per attuare queste riforme e per dare una svolta al Paese, a partire dal reddito di solidarietà attiva.
Lo stesso per garantire dignità e autonomia a tutte le persone non-autosufficienti, attraverso la costituzione stabile di un adeguato Fondo nazionale.
Nelle fasi in cui il centrosinistra ha governato il Paese con grande coerenza e determinazione abbiamo realizzato riforme (queste sì grandi riforme!) che hanno garantito qualità al servizio sanitario (uno dei migliori al mondo perché non esclude nessuno), l’innalzamento dell’obbligo scolastico e la scuola a tempo pieno, e l’avvio di un sistema di welfare nazionale con la L.328/00. La sua attuazione purtroppo ancora oggi manca della traduzione dei diritti sociali dei cittadini italiani in Livelli Essenziali di Assistenza, che non sono pertanto garantiti a scala nazionale e non permettono di definire un Fondo Sociale capace di rispondere ai bisogni delle persone e delle famiglie.
Questo è il grande vulnus, da sempre denunciato dall’Emilia-Romagna, del federalismo fiscale della Lega Nord: se non si associano le imposte locali alla garanzia di diritti universali definiti su base nazionale il risultato sarà di far crescere le disuguaglianze e le tasse. Cresceranno le disuguaglianza perché le comunità che hanno poche risorse a disposizione continueranno a non realizzare il sistema di welfare, e l’applicazione di un fondo di perequazione contrattato nazionalmente senza la definizione dei LEA non darà loro certezze; cresceranno le tasse perché, nelle comunità più ricche, dovremo pagare di più per avere gli stessi servizi di oggi.
L’assenza di una definizione di servizi minimi ha consentito a questo il governo di destra di produrre tagli micidiali alla spesa sociale nazionale: da circa 1 miliardo nel 2008 a 275 milioni di euro nel 2011 per il fondo sociale, da 400 milioni nel 2009 a 0 nel 2011 per il Fondo per la non-autosufficienza, e ancora sui fondi dedicati alla legge 285/97, alle politiche di pari opportunità, alle politiche giovanili, all’integrazione degli stranieri.
Per l’Emilia-Romagna negli ultimi 3 anni c’è stata una riduzione dei trasferimenti statali del 77%, che la regione ha INTERAMENTE ripianato con fondi propri, praticando una precisa scelta politica, coerente con l’idea del Partito Democratico: tocca allo stato garantire i diritti sociali, ancor più di fronte alla crisi economica che ha prodotto nuove fragilità e la riduzione del reddito reale per le famiglie.
Da oltre 10 anni la nostra Regione ha seguito un coerente disegno di riforme, per attuare quanto previsto dalla L. 328/00: un sistema di welfare locale universale ed inclusivo, fondato sul principio di sussidiarietà orizzontale e verticale.
Come abbiamo scritto anche nel Piano Territoriale della Regione Emilia-Romagna, lo sviluppo dei territori si basa fortemente sulla crescita del capitale umano e sociale: la libertà delle persone, la crescita delle opportunità per ciascuno è più forte dove la comunità investe sui beni comuni e sulla coesione sociale.
Per noi quindi il sistema di welfare locale è un fattore dello sviluppo delle persone, delle comunità ed è un fattore di crescita economica.
L’Emilia-Romagna è un esempio di come i servizi per l’infanzia, per la cura delle persone non-autosufficienti abbiano spinto la presenza delle donne nel mercato del lavoro (unica grande regione italiana da dieci anni stabilmente sopra al 60% di partecipazione al lavoro delle donne – nonostante la crisi e la crescita della disoccupazione tale partecipazione si è mantenuta anche dal 2008 ad oggi), e di come la crescita della rete di servizi abbia creato economia sociale (nelle gestioni pubbliche, private e del privato sociale).
Il sistema di welfare è, quindi, un elemento della qualità territoriale, che rende competitivo il sistema economico dell’Emilia-Romagna: dove le persone stanno bene stanno bene anche le imprese, dove la qualità della vita si abbassa anche per gli imprenditori il terreno è meno fertile.
Economia sociale per noi non è sinonimo di mercato: la destra si riempie la bocca di parole che rende ambigue, come riforme per dire tagli ed economia sociale per dire mercato.
Dobbiamo ristabilire anche una moralità del lessico nella politica: i diritti sociali non possono essere lasciati al mercato, lo dice l’art. 3 della costituzione ed, in Emilia-Romagna, lo dicono le norme con cui abbiamo costruito il nostro sistema di welfare: la L.R. 2/2003, che ha posto le basi dell’integrazione sociale e sanitaria e ha definito il ruolo pubblico di governo e di garanzia del sistema; la riforma delle IPAB (L.R. l.r.2/2004), per costituire le Aziende di gestione pubblica per i Servizi alla Persona; la creazione del Fondo Regionale per la Non-Autosufficienza (L.R. finanziaria 27/2004 – sempre in riferimento alla 2/2003), per garantire alle persone disabili e agli anziani un sostegno lungo tutto l’arco della vita; la definizione di un welfare per le giovani generazioni, per sostenere la loro autonomia (L.R. 14/08); le norme per l’accreditamento dei servizi socio-sanitari (L.R. finanziaria 20/2005), per garantire ai cittadini che tutti i servizi, gestiti dal pubblico o dal privato-sociale, abbiano la stessa qualità e trasparenza nella gestione delle risorse, e per permettere alla cooperazione sociale di crescere come attore fondamentale di un sistema pubblico.
Allo stesso modo per noi sussidiarietà è far leva sulle risorse della persona, delle famiglie, della comunità, ma senza arretrare dal ruolo pubblico di programmazione e garanzia dei servizi, senza il quale non è possibile alcuna scelta da parte dei cittadini.
I CAMBIAMENTI NELLA SOCIETA’
In questi 10 anni si è realizzato un profondo cambiamento sociale.
In primo luogo ha continuato a crescere la popolazione anziana, fenomeno che avevamo da tempo previsto e che vede nel 2010 il 3.36% di popolazione sopra gli 85 anni (grandi anziani).
Dai primi anni ‘90 hanno ricominciato a crescere anche i giovani e l’Emilia-Romagna ha oggi un tasso di crescita della natalità tra i primi in Italia. Nel corso dell’ultimo decennio i giovani sono aumentati di circa 125.000 unità (+28,5%) mentre gli over 65 anni di 111.237 unità (12,9%): il maggior aumento dei giovani è da relazionarsi alla più elevata fecondità delle donne straniere, all’arrivo di molti minori in seguito ai ricongiungimenti familiari e, seppur in misura minore, ad un recupero della fecondità delle donne emiliano-romagnole dopo i 35 anni.
Crescono quindi i bisogni delle famiglie sia nell’area del sostegno all’educazione dei figli, sia della cura delle persone anziane e contemporaneamente continua a crescere la loro fragilità: sono famiglie più piccole (2.2 componenti per nucleo e più di una famiglia su quattro è unipersonale) e più sole, poiché continuano ad allentarsi le reti parentali e il sostegno dei nonni “abili” viene meno con l’allungarsi dell’età lavorativa e la maggior presenza di donne lavoratrici in quelle classi d’età.
Negli ultimi anni, poi, la forte immigrazione straniera, trascinata dalla crescita economica dei nostri territori, ha fatto sì che l’Emilia-Romagna divenisse la prima regione italiana per tasso di popolazione straniera residente (oltre il 10% nel 2010, ma considerando stranieri anche chi nasce in Italia, che per noi NON E’ STRANIERO!), portando al nostro sistema di welfare nuove domande di inclusione (dalla costruzione di un sistema di accoglienza alla risposta al problema della casa, dall’integrazione scolastica dei bambini al confronto tra famiglie con diverse culture, nuove domande di salute, soprattutto da parte delle donne, e di diritti sociali e politici, in particolare da parte delle seconde generazioni) e nuove opportunità (si pensi solo al contributo all’assistenza agli anziani di oltre 100.000 badanti regolari in regione).
Questi cambiamenti sociali sono strutturali e di lunga durata, sono gli stessi che tutta l’Europa deve affrontare, sapendo che occorre dare risposta ad un’equazione complicata: come estendere e rendere davvero universale un sistema di welfare inclusivo e promozionale di fronte a bisogni crescenti e risorse pubbliche calanti.
LA CRISI ECONOMICA
Alle forti trasformazioni sociali di questi anni abbiamo visto, dal 2008, crescere lo spettro dell’impoverimento delle famiglie italiane: dal 32,0 al 33,3 per cento in media non potrebbero far fronte a spese impreviste di 750 euro, dal 10,5 al 14,0 per cento di quelle che hanno debiti e dal 14,8 al 16,5 per cento quelle che si sono indebitate.
La nostra Regione ha resistito più e meglio alla crisi, grazie al Patto che ha coinvolto dal 2009 tutte le parti sociali per evitare i licenziamenti e la chiusura di molte aziende , per salvare lavoro e patrimonio produttivo. Tuttavia anche in Emilia-Romagna sono oltre 56.000 i lavoratori interessati da ammortizzatori in deroga, 119.080.893 mila sono le ore di Cassa integrazione erogate dall’INPS nel 2010, e la disoccupazione è cresciuta a fine 2010 al 5.7% (nel 2008 era 3.2). Il tasso di disoccupazione 15 – 24 anni si attestava in Emilia-Romagna nel 2008 all’11,1%, ma oggi raggiunge nel 2009 un livello pari al 18,3%, con un incremento di più di sette punti percentuali.
Per le giovani tale incremento è ancora maggiore e spinge il tasso di disoccupazione dal 12,2% del 2008 al 20,8%. Anche se oggi la nostra economia ha ripreso a crescere ad un tasso doppio di quello medio italiano, l’occupazione non riprende.
Di fronte a questa crisi il governo è stato assente, inefficace, quando non dannoso con politiche finanziarie che hanno ulteriormente depresso il sistema (tagli a istruzione e ricerca, tagli agli investimenti locali col patto di stabilità), incapace di rispondere ai nuovi bisogni (per esempio con una riforma degli ammortizzatori sociali che non annegasse le giovani generazioni).
Quando il Paese rischia, quando le famiglie povere crescono, quando la ricchezza si concentra sempre più nelle mani di pochi, occorre fare scelte vere, che aiutino le persone a superare le difficoltà. Tremonti ha applicato la logica dei tagli lineari, cioè si taglia in modo indiscriminato, si tratti dei fondi per le persone non autosufficienti, delle classi di tempo pieno per i bambini, del lavoro di un precario della pubblica amministrazione, dei posti di Polizia o degli sprechi di tanti ministeri.
La manovra finanziaria del Governo nazionale taglia nel bilancio regionale 346 milioni di euro, e saranno 370 nel 2012, ma l’Emilia-Romagna non ha applicato i tagli lineari di Tremonti. Assieme alle forze economiche e sociali e agli enti locali abbiamo deciso di non tagliare il welfare, cioè il fondo sociale e per la famiglia, il fondo per la non-autosufficienza, la sanità, l’istruzione e la ricerca, i trasporti pubblici.
In particolare crescerà anche quest’anno, fino a oltre 500 milioni di euro, il fondo regionale per la non-autosufficienza, ripianando con risorse regionali l’azzeramento del fondo nazionale, e saranno mantenute inalterate, pur di fronte al taglio nazionale, le risorse del Fondo sociale, del Fondo per le famiglie e per le politiche di integrazione degli stranieri.
PUBBLICO, COMUNE, PERSONA E COMUNITA’
I cambiamenti, la crisi, i tagli, le paure che attraversano tutta l’Europa, la mancanza di futuro delle giovani generazioni chiedono risposte nuove.
Mentre la destra dichiara il fallimento del welfare e delle politiche pubbliche per ricostruire un’ideologia dell’individualismo (dall’Europa ai Tea parties), riproponendo una ricetta antica e già fallita, la sinistra ed i democratici devono essere il motore del cambiamento.
l diritto di tutti e di ciascuno a pari opportunità di vita significa partire da quanto diceva Don Milani: uguaglianza non è fare parti uguali tra diseguali. Allora cosa significa oggi garantire l’universalità?
In Emilia-Romagna 31 bambini su 100 tra 0 e 2 anni frequentano l’asilo nido, una rete di servizi educativi di qualità garantita da progetti pedagogici coordinati dal pubblico. La domanda inevasa, cioè la quota di bambini che si iscrivono e restano in lista d’attesa, è il 4%, ed anche se la evadessimo completamente arriveremmo al 35%, un risultato che è alla nostra portata.
Ma noi pensiamo che anche gli altri 65 bambini su 100, che non chiederanno di iscriversi al nido, e le loro famiglie, abbiano diritto ad un progetto educativo, e per questo abbiamo pensato ai centri per le famiglie, ai centri per i bambini e i genitori, al sostegno ad una comunità educativa che ha mille risorse sul territorio e nella quale ogni bambino ed ogni famiglia possa trovare la propria risposta.
Per questo abbiamo voluto la L.R. 14/08, sostenendo e qualificando la rete dei servizi educativi dalla prima infanzia all’adolescenza, per questo la Regione sta lavorando per estendere la rete dei servizi integrativi al nido ed al sistema educativo (centri educativi pomeridiani, pre e post-scuola, centri estivi, ecc). L’obiettivo è una comunità educativa.
In Emilia-Romagna, dal 2006, la creazione del Fondo Regionale per la Non-Autosufficienza, ha garantito servizi diffusi per il sostegno ai disabili e alle persone anziane: assegno di cura per chi è assistito in famiglia, anche con un’assistente familiare in regola cui la regione paga i contributi, assistenza domiciliare sotto varie forme, centri di accoglienza diurni, case di riposo ed RSA.
Con l’avvio dell’accreditamento delle strutture e dei servizi domiciliari abbiamo garantito qualità, trasparenza, la responsabilità e la crescita della cooperazione sociale che gestisce i servizi senza gare al massimo ribasso.
L’accreditamento è la condizione per uscire dalle gare e dall’intermediazione di mano d’opera nel settore dei servizi sociali, per garantire diritti ai lavoratori e qualità omogenea dei servizi gestiti dal pubblico e dal privato sociale, in un sistema dove circa 75.000 famiglie sono coinvolte (tra utenti ed operatori) e si spendono circa 800 milioni di euro all’anno (45% FRNA, 10% FSR, 15% Comuni, 30% utenti).
Mettere al centro le persone, i loro bisogni, il cambiamento sociale significa pensare al diritto delle persone a salute, sicurezza, istruzione e benessere come a beni non individuali ma comuni.
Ed i beni comuni sono una responsabilità di tutti, dei singoli come dei soggetti collettivi, della comunità, che viene prima dello Stato.
Se il benessere riguarda la qualità della vita dei singoli, le loro relazioni familiari e sociali, allora il welfare deve occuparsi non solo del benessere dei singoli, ma della comunità, di costruire e mantenere un senso di comunità, una rete di relazioni e beni comuni. E ciò deve essere garantito dalle istituzioni pubbliche, come dice la Costituzione.
La sfida di innovare il nostro sistema di promozione sociale deve vedere gli enti locali compiere un passo ancora più deciso, assieme alla Regione, nella scelta delle priorità e nel governo dell’offerta di servizi dentro un welfare sussidiario e comunitario.
Dobbiamo prima di tutto consolidare la comunità istituzionale per la programmazione ed il governo del sistema, che deve essere il primo pilastro su cui poggia il sistema di welfare.
Non è pensabile per ciascun comune, per quanto virtuoso, continuare a garantire ai propri cittadini le mense scolastiche, i servizi all’infanzia, l’assistenza domiciliare, la casa per le emergenze, la tutela dei minori, il sostegno alle famiglie, ecc. ecc. senza produrre tagli che metterebbero a rischio l’idea stessa di sistema pubblico e universalistico.
Un welfare per pochi, solo per gli ultimi non è difendibile, non è equo, non produce sviluppo e investimento sociale.
E’ allora indispensabile per gli enti locali e la Regione riaffermare la scelta degli Uffici di Piano distrettuali come luogo di programmazione, di messa in comune delle risorse e dei servizi.
Dobbiamo distinguere più e meglio la programmazione dalla gestione dei servizi, e la gestione dall’erogazione delle prestazioni, come già abbiamo definito con i servizi per la non-autosufficienza.
Al fondo distrettuale per la non-autosufficienza (FRNA) dobbiamo affiancare il Fondo sociale distrettuale cui fare riferimento per la programmazione dei servizi sul territorio.
Occorre mettere in comune risorse economiche, professionalità, buone pratiche e tutti i livelli di innovazione che gli enti locali hanno prodotto. Come dice Bersani la Lega Nord non ha niente da insegnarci, perché noi abbiamo inventato tutto nel governo locale: gli asili nido, la scuola materna ed il tempo pieno, servizi di accoglienza e rifugio per le donne e i minori maltrattati, i mediatori culturali, l’assistenza domiciliare, l’assegno di cura, i centri diurni e i centri di sollievo, l’integrazione scolastica dei bambini diversamente abili, ecc.
Coordinare assieme le risorse e definire la cartella sociale di tutti gli interventi che il welfare locale garantisce alle persone sono i primi passi per rendere trasparente la ricchezza di ciò che già facciamo, e per definire quei Livelli essenziali delle prestazioni che vogliamo garantire ai cittadini dell’Emilia-Romagna anche per il futuro.
Il governo regionale deve accompagnare questo processo, non solo garantendo le risorse economiche come fin qui accaduto, ma allargando la partecipazione degli enti locali alle scelte della Cabina di regia, coinvolgendo pienamente tutti i distretti e rafforzandone il ruolo.
Nel contempo il nuovo Piano sociale e sanitario deve proporsi l’obiettivo di costruire comunità attraverso il coinvolgimento e la partecipazione di tutti i soggetti sociali. Un welfare di comunità si rafforza se può fare leva sulla responsabilità di tutti: il Terzo settore è una risorsa fondamentale prima di tutto per il giacimento di competenze e innovazione nella gestione dei servizi.
Questa risorsa è un bene pubblico alla pari con i servizi pubblici e alla pari deve poter contribuire alla programmazione della rete sociale di cui cooperazione e volontariato sono soggetti fondamentali, molto spesso più vicini ai bisogni di quanto riesca a fare il pubblico. Penso a come sia difficile per molti, soprattutto per chi vive una condizione di povertà ed esclusione estrema, conoscere ed avvicinare i servizi.
Volontariato e cooperazione sono già oggi l’unica ancora di salvezza per molti che vivono ai margini, così come dalle cooperative di abitanti alle cooperative di utenti, può nascere nuova partecipazione attiva dei cittadini.
Dobbiamo assumere pienamente il ruolo del Terzo settore come secondo pilastro del welfare di comunità: per questo il PD dell’Emilia-Romagna, assieme alla Giunta, sta lavorando ad una riforma della L.R. 7/94 sulla cooperazione sociale, con un percorso di partecipazione sul territorio. Allo stesso modo dovremo rivedere le norme di sostegno alle associazioni di volontariato e promozione sociale.
RISORSE, COMPARTECIPAZIONE E PARTECIPAZIONE
Il welfare di comunità è un bene pubblico, quindi di tutti, non solo di coloro che ne usufruiscono direttamente. Per questo è giusto che la quota prevalente sia finanziata con la fiscalità generale.
Nel 2010 in Emilia-Romagna sono stati programmati 1,677 miliardi di euro di spesa sociale, il 37% a carico dei Comuni, il 27% dal Fondo per la non-autosufficienza, il 28% dalle ASL, il 3% da altre risorse regionali, 2% altri soggetti pubblici, 2% altri soggetti privati.
Non possiamo permetterci di allargare il welfare se non allarghiamo le risorse, anche private, che lo sostengono: fondazioni, cooperazione sociale e non, fondi mutualistici e compartecipazione dei cittadini.
Nelle nostre proposte nazionali abbiamo indicato come sia indispensabile la nascita di un sistema mutualistico integrativo (che già oggi è una realtà rilevante) e universale, che consenta di garantire la copertura, in sanità e nel sociale, di prestazioni che il sistema pubblico, pagato dalla fiscalità generale, non eroga.
Allo stesso modo dobbiamo far sì che l’impresa sociale, a partire dalla cooperativa sociale, possa essere attore stabile del sistema, investendo risorse proprie e dei soci utenti in nuovi servizi. In Regione sono già molti gli esempi di Cooperative di utenti che investono risorse private nel welfare di comunità.
Allo stesso modo, con grande fatica, la cooperazione sociale di tipo B dà lavoro a centinaia di persone diversamente abili anche partecipando a gare o fornendo servizi ad aziende private, ed immettendo così beni privati nel sociale.
Nel settore dei servizi sociali in Emilia-Romagna lavorano più di 48.000 operatori in 3.320 strutture, l’1,82% della popolazione attiva. Senza la loro professionalità ed il loro investimento umano non ci sarebbe il welfare; senza le loro competenze non potremmo pensare all’innovazione; senza un investimento nella formazione e in forme gestionali che garantiscano maggiore stabilità al lavoro sociale non potremo investire in nuovi servizi. Per questo anche le gestioni pubbliche, sottoposte all’attacco dei decreti Brunetta, devono pensare sempre più a forme che garantiscano stabilità e continuità, a partire da ASP di dimensione territoriale adeguata.
Riguardo alla compartecipazione dei cittadini alla spesa dei servizi noi diciamo una cosa con grande chiarezza: sostegni economici e rette non possono essere uguali per tutti. Per noi valgono due principi fondamentali: equità e carico familiare, cioè chi più ha, in termini di reddito e patrimonio, più paga, riconoscendo economicamente chi più fa, come compiti di cura ed educativi.
Nell’art.49 della L.R.2/2003, modificato dalla legge finanziaria regionale del 2009, la Regione Emilia-Romagna ha posto le basi per intervenire nella modifica dell’applicazione dell’ISEE sui servizi accreditati, favorendo il riconoscimento del carico familiare. La Giunta ha aperto un tavolo con le parti sociali, che può e deve essere un punto di riferimento anche nei territori per costruire maggiore equità. Non dimentichiamo che dal 2009 la Regione ha stanziato un fondo straordinario di 22 milioni di euro per far fronte, con l’ISE speciale applicato sulle tariffe dei servizi comunali, agli effetti negativi della crisi sulle famiglie.
I cittadini che utilizzano la rete dei servizi non sono solo utenti, ma protagonisti attivi della rete sociale. In primo luogo perché il benessere sociale è frutto di una relazione; in secondo luogo perché chi vive un servizio deve poter pesare sull’organizzazione e sulla scelta delle priorità.
In questi anni abbiamo sperimentato in maniera diffusa il modello dei Comitati degli utenti, mutuato dalla sanità, che ci ha permesso di un dialogo vero, ma ha il difetto di contrapporre in maniera contrattualistica gestione e cittadino.
Se il welfare di comunità si basa sul fatto che i beni comuni sono responsabilità di tutti, questo modello di partecipazione è insufficiente.
Dobbiamo puntare su un modello partecipativo più forte, che si guardi a modelli del passato come i comitati di gestione o a esperienze più attuali come i bilanci partecipati, che porti a condividere più in profondità con i cittadini e le famiglie l’equilibrio tra bisogni e risorse, tra costi e partecipazione alla spesa, come i criteri di accesso e di definizione delle graduatorie.
Dobbiamo pensare e costruire il welfare di comunità come un’esperienza di impegno diffuso, per la capacità di attivare risorse umane e materiali, per la rete sociale che sa produrre, perché è una comunità che si mette in moto.
Nel fare questo, dall’Emilia-Romagna, sentiamo tutta le responsabilità e la necessità di una sfida politica che è anche civile: quella riscossa civica di cui parla Bersani e che è la base del cambiamento di cui ha bisogno il nostro Paese.
Anna Pariani, vicecapogruppo PD alla Regione Emilia-Romagna, ha introdotto l’incontro pubblico “Un nuovo welfare di comunità in Emilia – Romagna” tenutosi a Bologna lo scorso 15 aprile. Di seguito la sua relazione introduttiva.
15.04.11 “Un nuovo welfare di comunità in Emilia-Romagna”
Intervento di Anna Pariani
L’art. 3 della Costituzione recita “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”
Per noi, per il Partito Democratico, ciò significa che è compito dello Stato garantire il diritto alla sicurezza, alla salute, all’istruzione, al benessere sociale ed economico in modo universale, a tutti bambini e le bambine nate in questo paese, ai giovani che affrontano le sfide della vita, a chi non è autosufficiente, alle famiglie che si assumono compiti educativi e di cura, a tutti coloro, a qualsiasi età e per qualsiasi ragione, che si trovino ad affrontare difficoltà e malattie, alle persone anziane che hanno diritto di vivere serenamente l’ultima parte della loro vita.
Un compiuto sistema di welfare è fondato su un sistema fiscale equo e progressivo. Nel nostro Paese la finanza è meno tassata del lavoro e dell’impresa e questo è già un elemento di sperequazione, che si aggiunge alla mancanza di un sostegno fiscale ai compiti di cura. Noi abbiamo proposto, a livello nazionale, la modifica delle detrazioni legata ai carichi familiari, l’imposta negativa per gli incapienti e il bonus fiscale di 3000 euro per ogni figlio.
Un compiuto sistema di welfare si attua attraverso la riforma delle tipologie contrattuali e degli ammortizzatori sociali, che devono divenire universali e includere le giovani generazioni prive di protezioni per l’oggi, quando perdono il lavoro, e per il domani, quando non avranno neppure pensioni di sussistenza. Il PD ha già oggi le proposte per attuare queste riforme e per dare una svolta al Paese, a partire dal reddito di solidarietà attiva.
Lo stesso per garantire dignità e autonomia a tutte le persone non-autosufficienti, attraverso la costituzione stabile di un adeguato Fondo nazionale.
Nelle fasi in cui il centrosinistra ha governato il Paese con grande coerenza e determinazione abbiamo realizzato riforme (queste sì grandi riforme!) che hanno garantito qualità al servizio sanitario (uno dei migliori al mondo perché non esclude nessuno), l’innalzamento dell’obbligo scolastico e la scuola a tempo pieno, e l’avvio di un sistema di welfare nazionale con la L.328/00. La sua attuazione purtroppo ancora oggi manca della traduzione dei diritti sociali dei cittadini italiani in Livelli Essenziali di Assistenza, che non sono pertanto garantiti a scala nazionale e non permettono di definire un Fondo Sociale capace di rispondere ai bisogni delle persone e delle famiglie.
Questo è il grande vulnus, da sempre denunciato dall’Emilia-Romagna, del federalismo fiscale della Lega Nord: se non si associano le imposte locali alla garanzia di diritti universali definiti su base nazionale il risultato sarà di far crescere le disuguaglianze e le tasse. Cresceranno le disuguaglianza perché le comunità che hanno poche risorse a disposizione continueranno a non realizzare il sistema di welfare, e l’applicazione di un fondo di perequazione contrattato nazionalmente senza la definizione dei LEA non darà loro certezze; cresceranno le tasse perché, nelle comunità più ricche, dovremo pagare di più per avere gli stessi servizi di oggi.
L’assenza di una definizione di servizi minimi ha consentito a questo il governo di destra di produrre tagli micidiali alla spesa sociale nazionale: da circa 1 miliardo nel 2008 a 275 milioni di euro nel 2011 per il fondo sociale, da 400 milioni nel 2009 a 0 nel 2011 per il Fondo per la non-autosufficienza, e ancora sui fondi dedicati alla legge 285/97, alle politiche di pari opportunità, alle politiche giovanili, all’integrazione degli stranieri.
Per l’Emilia-Romagna negli ultimi 3 anni c’è stata una riduzione dei trasferimenti statali del 77%, che la regione ha INTERAMENTE ripianato con fondi propri, praticando una precisa scelta politica, coerente con l’idea del Partito Democratico: tocca allo stato garantire i diritti sociali, ancor più di fronte alla crisi economica che ha prodotto nuove fragilità e la riduzione del reddito reale per le famiglie.
Da oltre 10 anni la nostra Regione ha seguito un coerente disegno di riforme, per attuare quanto previsto dalla L. 328/00: un sistema di welfare locale universale ed inclusivo, fondato sul principio di sussidiarietà orizzontale e verticale.
Come abbiamo scritto anche nel Piano Territoriale della Regione Emilia-Romagna, lo sviluppo dei territori si basa fortemente sulla crescita del capitale umano e sociale: la libertà delle persone, la crescita delle opportunità per ciascuno è più forte dove la comunità investe sui beni comuni e sulla coesione sociale.
Per noi quindi il sistema di welfare locale è un fattore dello sviluppo delle persone, delle comunità ed è un fattore di crescita economica.
L’Emilia-Romagna è un esempio di come i servizi per l’infanzia, per la cura delle persone non-autosufficienti abbiano spinto la presenza delle donne nel mercato del lavoro (unica grande regione italiana da dieci anni stabilmente sopra al 60% di partecipazione al lavoro delle donne – nonostante la crisi e la crescita della disoccupazione tale partecipazione si è mantenuta anche dal 2008 ad oggi), e di come la crescita della rete di servizi abbia creato economia sociale (nelle gestioni pubbliche, private e del privato sociale).
Il sistema di welfare è, quindi, un elemento della qualità territoriale, che rende competitivo il sistema economico dell’Emilia-Romagna: dove le persone stanno bene stanno bene anche le imprese, dove la qualità della vita si abbassa anche per gli imprenditori il terreno è meno fertile.
Economia sociale per noi non è sinonimo di mercato: la destra si riempie la bocca di parole che rende ambigue, come riforme per dire tagli ed economia sociale per dire mercato.
Dobbiamo ristabilire anche una moralità del lessico nella politica: i diritti sociali non possono essere lasciati al mercato, lo dice l’art. 3 della costituzione ed, in Emilia-Romagna, lo dicono le norme con cui abbiamo costruito il nostro sistema di welfare: la L.R. 2/2003, che ha posto le basi dell’integrazione sociale e sanitaria e ha definito il ruolo pubblico di governo e di garanzia del sistema; la riforma delle IPAB (L.R. l.r.2/2004), per costituire le Aziende di gestione pubblica per i Servizi alla Persona; la creazione del Fondo Regionale per la Non-Autosufficienza (L.R. finanziaria 27/2004 – sempre in riferimento alla 2/2003), per garantire alle persone disabili e agli anziani un sostegno lungo tutto l’arco della vita; la definizione di un welfare per le giovani generazioni, per sostenere la loro autonomia (L.R. 14/08); le norme per l’accreditamento dei servizi socio-sanitari (L.R. finanziaria 20/2005), per garantire ai cittadini che tutti i servizi, gestiti dal pubblico o dal privato-sociale, abbiano la stessa qualità e trasparenza nella gestione delle risorse, e per permettere alla cooperazione sociale di crescere come attore fondamentale di un sistema pubblico.
Allo stesso modo per noi sussidiarietà è far leva sulle risorse della persona, delle famiglie, della comunità, ma senza arretrare dal ruolo pubblico di programmazione e garanzia dei servizi, senza il quale non è possibile alcuna scelta da parte dei cittadini.
I CAMBIAMENTI NELLA SOCIETA’
In questi 10 anni si è realizzato un profondo cambiamento sociale.
In primo luogo ha continuato a crescere la popolazione anziana, fenomeno che avevamo da tempo previsto e che vede nel 2010 il 3.36% di popolazione sopra gli 85 anni (grandi anziani).
Dai primi anni ‘90 hanno ricominciato a crescere anche i giovani e l’Emilia-Romagna ha oggi un tasso di crescita della natalità tra i primi in Italia. Nel corso dell’ultimo decennio i giovani sono aumentati di circa 125.000 unità (+28,5%) mentre gli over 65 anni di 111.237 unità (12,9%): il maggior aumento dei giovani è da relazionarsi alla più elevata fecondità delle donne straniere, all’arrivo di molti minori in seguito ai ricongiungimenti familiari e, seppur in misura minore, ad un recupero della fecondità delle donne emiliano-romagnole dopo i 35 anni.
Crescono quindi i bisogni delle famiglie sia nell’area del sostegno all’educazione dei figli, sia della cura delle persone anziane e contemporaneamente continua a crescere la loro fragilità: sono famiglie più piccole (2.2 componenti per nucleo e più di una famiglia su quattro è unipersonale) e più sole, poiché continuano ad allentarsi le reti parentali e il sostegno dei nonni “abili” viene meno con l’allungarsi dell’età lavorativa e la maggior presenza di donne lavoratrici in quelle classi d’età.
Negli ultimi anni, poi, la forte immigrazione straniera, trascinata dalla crescita economica dei nostri territori, ha fatto sì che l’Emilia-Romagna divenisse la prima regione italiana per tasso di popolazione straniera residente (oltre il 10% nel 2010, ma considerando stranieri anche chi nasce in Italia, che per noi NON E’ STRANIERO!), portando al nostro sistema di welfare nuove domande di inclusione (dalla costruzione di un sistema di accoglienza alla risposta al problema della casa, dall’integrazione scolastica dei bambini al confronto tra famiglie con diverse culture, nuove domande di salute, soprattutto da parte delle donne, e di diritti sociali e politici, in particolare da parte delle seconde generazioni) e nuove opportunità (si pensi solo al contributo all’assistenza agli anziani di oltre 100.000 badanti regolari in regione).
Questi cambiamenti sociali sono strutturali e di lunga durata, sono gli stessi che tutta l’Europa deve affrontare, sapendo che occorre dare risposta ad un’equazione complicata: come estendere e rendere davvero universale un sistema di welfare inclusivo e promozionale di fronte a bisogni crescenti e risorse pubbliche calanti.
LA CRISI ECONOMICA
Alle forti trasformazioni sociali di questi anni abbiamo visto, dal 2008, crescere lo spettro dell’impoverimento delle famiglie italiane: dal 32,0 al 33,3 per cento in media non potrebbero far fronte a spese impreviste di 750 euro, dal 10,5 al 14,0 per cento di quelle che hanno debiti e dal 14,8 al 16,5 per cento quelle che si sono indebitate.
La nostra Regione ha resistito più e meglio alla crisi, grazie al Patto che ha coinvolto dal 2009 tutte le parti sociali per evitare i licenziamenti e la chiusura di molte aziende , per salvare lavoro e patrimonio produttivo. Tuttavia anche in Emilia-Romagna sono oltre 56.000 i lavoratori interessati da ammortizzatori in deroga, 119.080.893 mila sono le ore di Cassa integrazione erogate dall’INPS nel 2010, e la disoccupazione è cresciuta a fine 2010 al 5.7% (nel 2008 era 3.2). Il tasso di disoccupazione 15 – 24 anni si attestava in Emilia-Romagna nel 2008 all’11,1%, ma oggi raggiunge nel 2009 un livello pari al 18,3%, con un incremento di più di sette punti percentuali.
Per le giovani tale incremento è ancora maggiore e spinge il tasso di disoccupazione dal 12,2% del 2008 al 20,8%. Anche se oggi la nostra economia ha ripreso a crescere ad un tasso doppio di quello medio italiano, l’occupazione non riprende.
Di fronte a questa crisi il governo è stato assente, inefficace, quando non dannoso con politiche finanziarie che hanno ulteriormente depresso il sistema (tagli a istruzione e ricerca, tagli agli investimenti locali col patto di stabilità), incapace di rispondere ai nuovi bisogni (per esempio con una riforma degli ammortizzatori sociali che non annegasse le giovani generazioni).
Quando il Paese rischia, quando le famiglie povere crescono, quando la ricchezza si concentra sempre più nelle mani di pochi, occorre fare scelte vere, che aiutino le persone a superare le difficoltà. Tremonti ha applicato la logica dei tagli lineari, cioè si taglia in modo indiscriminato, si tratti dei fondi per le persone non autosufficienti, delle classi di tempo pieno per i bambini, del lavoro di un precario della pubblica amministrazione, dei posti di Polizia o degli sprechi di tanti ministeri.
La manovra finanziaria del Governo nazionale taglia nel bilancio regionale 346 milioni di euro, e saranno 370 nel 2012, ma l’Emilia-Romagna non ha applicato i tagli lineari di Tremonti. Assieme alle forze economiche e sociali e agli enti locali abbiamo deciso di non tagliare il welfare, cioè il fondo sociale e per la famiglia, il fondo per la non-autosufficienza, la sanità, l’istruzione e la ricerca, i trasporti pubblici.
In particolare crescerà anche quest’anno, fino a oltre 500 milioni di euro, il fondo regionale per la non-autosufficienza, ripianando con risorse regionali l’azzeramento del fondo nazionale, e saranno mantenute inalterate, pur di fronte al taglio nazionale, le risorse del Fondo sociale, del Fondo per le famiglie e per le politiche di integrazione degli stranieri.
PUBBLICO, COMUNE, PERSONA E COMUNITA’
I cambiamenti, la crisi, i tagli, le paure che attraversano tutta l’Europa, la mancanza di futuro delle giovani generazioni chiedono risposte nuove.
Mentre la destra dichiara il fallimento del welfare e delle politiche pubbliche per ricostruire un’ideologia dell’individualismo (dall’Europa ai Tea parties), riproponendo una ricetta antica e già fallita, la sinistra ed i democratici devono essere il motore del cambiamento.
l diritto di tutti e di ciascuno a pari opportunità di vita significa partire da quanto diceva Don Milani: uguaglianza non è fare parti uguali tra diseguali. Allora cosa significa oggi garantire l’universalità?
In Emilia-Romagna 31 bambini su 100 tra 0 e 2 anni frequentano l’asilo nido, una rete di servizi educativi di qualità garantita da progetti pedagogici coordinati dal pubblico. La domanda inevasa, cioè la quota di bambini che si iscrivono e restano in lista d’attesa, è il 4%, ed anche se la evadessimo completamente arriveremmo al 35%, un risultato che è alla nostra portata.
Ma noi pensiamo che anche gli altri 65 bambini su 100, che non chiederanno di iscriversi al nido, e le loro famiglie, abbiano diritto ad un progetto educativo, e per questo abbiamo pensato ai centri per le famiglie, ai centri per i bambini e i genitori, al sostegno ad una comunità educativa che ha mille risorse sul territorio e nella quale ogni bambino ed ogni famiglia possa trovare la propria risposta.
Per questo abbiamo voluto la L.R. 14/08, sostenendo e qualificando la rete dei servizi educativi dalla prima infanzia all’adolescenza, per questo la Regione sta lavorando per estendere la rete dei servizi integrativi al nido ed al sistema educativo (centri educativi pomeridiani, pre e post-scuola, centri estivi, ecc). L’obiettivo è una comunità educativa.
In Emilia-Romagna, dal 2006, la creazione del Fondo Regionale per la Non-Autosufficienza, ha garantito servizi diffusi per il sostegno ai disabili e alle persone anziane: assegno di cura per chi è assistito in famiglia, anche con un’assistente familiare in regola cui la regione paga i contributi, assistenza domiciliare sotto varie forme, centri di accoglienza diurni, case di riposo ed RSA.
Con l’avvio dell’accreditamento delle strutture e dei servizi domiciliari abbiamo garantito qualità, trasparenza, la responsabilità e la crescita della cooperazione sociale che gestisce i servizi senza gare al massimo ribasso.
L’accreditamento è la condizione per uscire dalle gare e dall’intermediazione di mano d’opera nel settore dei servizi sociali, per garantire diritti ai lavoratori e qualità omogenea dei servizi gestiti dal pubblico e dal privato sociale, in un sistema dove circa 75.000 famiglie sono coinvolte (tra utenti ed operatori) e si spendono circa 800 milioni di euro all’anno (45% FRNA, 10% FSR, 15% Comuni, 30% utenti).
Mettere al centro le persone, i loro bisogni, il cambiamento sociale significa pensare al diritto delle persone a salute, sicurezza, istruzione e benessere come a beni non individuali ma comuni.
Ed i beni comuni sono una responsabilità di tutti, dei singoli come dei soggetti collettivi, della comunità, che viene prima dello Stato.
Se il benessere riguarda la qualità della vita dei singoli, le loro relazioni familiari e sociali, allora il welfare deve occuparsi non solo del benessere dei singoli, ma della comunità, di costruire e mantenere un senso di comunità, una rete di relazioni e beni comuni. E ciò deve essere garantito dalle istituzioni pubbliche, come dice la Costituzione.
La sfida di innovare il nostro sistema di promozione sociale deve vedere gli enti locali compiere un passo ancora più deciso, assieme alla Regione, nella scelta delle priorità e nel governo dell’offerta di servizi dentro un welfare sussidiario e comunitario.
Dobbiamo prima di tutto consolidare la comunità istituzionale per la programmazione ed il governo del sistema, che deve essere il primo pilastro su cui poggia il sistema di welfare.
Non è pensabile per ciascun comune, per quanto virtuoso, continuare a garantire ai propri cittadini le mense scolastiche, i servizi all’infanzia, l’assistenza domiciliare, la casa per le emergenze, la tutela dei minori, il sostegno alle famiglie, ecc. ecc. senza produrre tagli che metterebbero a rischio l’idea stessa di sistema pubblico e universalistico.
Un welfare per pochi, solo per gli ultimi non è difendibile, non è equo, non produce sviluppo e investimento sociale.
E’ allora indispensabile per gli enti locali e la Regione riaffermare la scelta degli Uffici di Piano distrettuali come luogo di programmazione, di messa in comune delle risorse e dei servizi.
Dobbiamo distinguere più e meglio la programmazione dalla gestione dei servizi, e la gestione dall’erogazione delle prestazioni, come già abbiamo definito con i servizi per la non-autosufficienza.
Al fondo distrettuale per la non-autosufficienza (FRNA) dobbiamo affiancare il Fondo sociale distrettuale cui fare riferimento per la programmazione dei servizi sul territorio.
Occorre mettere in comune risorse economiche, professionalità, buone pratiche e tutti i livelli di innovazione che gli enti locali hanno prodotto. Come dice Bersani la Lega Nord non ha niente da insegnarci, perché noi abbiamo inventato tutto nel governo locale: gli asili nido, la scuola materna ed il tempo pieno, servizi di accoglienza e rifugio per le donne e i minori maltrattati, i mediatori culturali, l’assistenza domiciliare, l’assegno di cura, i centri diurni e i centri di sollievo, l’integrazione scolastica dei bambini diversamente abili, ecc.
Coordinare assieme le risorse e definire la cartella sociale di tutti gli interventi che il welfare locale garantisce alle persone sono i primi passi per rendere trasparente la ricchezza di ciò che già facciamo, e per definire quei Livelli essenziali delle prestazioni che vogliamo garantire ai cittadini dell’Emilia-Romagna anche per il futuro.
Il governo regionale deve accompagnare questo processo, non solo garantendo le risorse economiche come fin qui accaduto, ma allargando la partecipazione degli enti locali alle scelte della Cabina di regia, coinvolgendo pienamente tutti i distretti e rafforzandone il ruolo.
Nel contempo il nuovo Piano sociale e sanitario deve proporsi l’obiettivo di costruire comunità attraverso il coinvolgimento e la partecipazione di tutti i soggetti sociali. Un welfare di comunità si rafforza se può fare leva sulla responsabilità di tutti: il Terzo settore è una risorsa fondamentale prima di tutto per il giacimento di competenze e innovazione nella gestione dei servizi.
Questa risorsa è un bene pubblico alla pari con i servizi pubblici e alla pari deve poter contribuire alla programmazione della rete sociale di cui cooperazione e volontariato sono soggetti fondamentali, molto spesso più vicini ai bisogni di quanto riesca a fare il pubblico. Penso a come sia difficile per molti, soprattutto per chi vive una condizione di povertà ed esclusione estrema, conoscere ed avvicinare i servizi.
Volontariato e cooperazione sono già oggi l’unica ancora di salvezza per molti che vivono ai margini, così come dalle cooperative di abitanti alle cooperative di utenti, può nascere nuova partecipazione attiva dei cittadini.
Dobbiamo assumere pienamente il ruolo del Terzo settore come secondo pilastro del welfare di comunità: per questo il PD dell’Emilia-Romagna, assieme alla Giunta, sta lavorando ad una riforma della L.R. 7/94 sulla cooperazione sociale, con un percorso di partecipazione sul territorio. Allo stesso modo dovremo rivedere le norme di sostegno alle associazioni di volontariato e promozione sociale.
RISORSE, COMPARTECIPAZIONE E PARTECIPAZIONE
Il welfare di comunità è un bene pubblico, quindi di tutti, non solo di coloro che ne usufruiscono direttamente. Per questo è giusto che la quota prevalente sia finanziata con la fiscalità generale.
Nel 2010 in Emilia-Romagna sono stati programmati 1,677 miliardi di euro di spesa sociale, il 37% a carico dei Comuni, il 27% dal Fondo per la non-autosufficienza, il 28% dalle ASL, il 3% da altre risorse regionali, 2% altri soggetti pubblici, 2% altri soggetti privati.
Non possiamo permetterci di allargare il welfare se non allarghiamo le risorse, anche private, che lo sostengono: fondazioni, cooperazione sociale e non, fondi mutualistici e compartecipazione dei cittadini.
Nelle nostre proposte nazionali abbiamo indicato come sia indispensabile la nascita di un sistema mutualistico integrativo (che già oggi è una realtà rilevante) e universale, che consenta di garantire la copertura, in sanità e nel sociale, di prestazioni che il sistema pubblico, pagato dalla fiscalità generale, non eroga.
Allo stesso modo dobbiamo far sì che l’impresa sociale, a partire dalla cooperativa sociale, possa essere attore stabile del sistema, investendo risorse proprie e dei soci utenti in nuovi servizi. In Regione sono già molti gli esempi di Cooperative di utenti che investono risorse private nel welfare di comunità.
Allo stesso modo, con grande fatica, la cooperazione sociale di tipo B dà lavoro a centinaia di persone diversamente abili anche partecipando a gare o fornendo servizi ad aziende private, ed immettendo così beni privati nel sociale.
Nel settore dei servizi sociali in Emilia-Romagna lavorano più di 48.000 operatori in 3.320 strutture, l’1,82% della popolazione attiva. Senza la loro professionalità ed il loro investimento umano non ci sarebbe il welfare; senza le loro competenze non potremmo pensare all’innovazione; senza un investimento nella formazione e in forme gestionali che garantiscano maggiore stabilità al lavoro sociale non potremo investire in nuovi servizi. Per questo anche le gestioni pubbliche, sottoposte all’attacco dei decreti Brunetta, devono pensare sempre più a forme che garantiscano stabilità e continuità, a partire da ASP di dimensione territoriale adeguata.
Riguardo alla compartecipazione dei cittadini alla spesa dei servizi noi diciamo una cosa con grande chiarezza: sostegni economici e rette non possono essere uguali per tutti. Per noi valgono due principi fondamentali: equità e carico familiare, cioè chi più ha, in termini di reddito e patrimonio, più paga, riconoscendo economicamente chi più fa, come compiti di cura ed educativi.
Nell’art.49 della L.R.2/2003, modificato dalla legge finanziaria regionale del 2009, la Regione Emilia-Romagna ha posto le basi per intervenire nella modifica dell’applicazione dell’ISEE sui servizi accreditati, favorendo il riconoscimento del carico familiare. La Giunta ha aperto un tavolo con le parti sociali, che può e deve essere un punto di riferimento anche nei territori per costruire maggiore equità. Non dimentichiamo che dal 2009 la Regione ha stanziato un fondo straordinario di 22 milioni di euro per far fronte, con l’ISE speciale applicato sulle tariffe dei servizi comunali, agli effetti negativi della crisi sulle famiglie.
I cittadini che utilizzano la rete dei servizi non sono solo utenti, ma protagonisti attivi della rete sociale. In primo luogo perché il benessere sociale è frutto di una relazione; in secondo luogo perché chi vive un servizio deve poter pesare sull’organizzazione e sulla scelta delle priorità.
In questi anni abbiamo sperimentato in maniera diffusa il modello dei Comitati degli utenti, mutuato dalla sanità, che ci ha permesso di un dialogo vero, ma ha il difetto di contrapporre in maniera contrattualistica gestione e cittadino.
Se il welfare di comunità si basa sul fatto che i beni comuni sono responsabilità di tutti, questo modello di partecipazione è insufficiente.
Dobbiamo puntare su un modello partecipativo più forte, che si guardi a modelli del passato come i comitati di gestione o a esperienze più attuali come i bilanci partecipati, che porti a condividere più in profondità con i cittadini e le famiglie l’equilibrio tra bisogni e risorse, tra costi e partecipazione alla spesa, come i criteri di accesso e di definizione delle graduatorie.
Dobbiamo pensare e costruire il welfare di comunità come un’esperienza di impegno diffuso, per la capacità di attivare risorse umane e materiali, per la rete sociale che sa produrre, perché è una comunità che si mette in moto.
Nel fare questo, dall’Emilia-Romagna, sentiamo tutta le responsabilità e la necessità di una sfida politica che è anche civile: quella riscossa civica di cui parla Bersani e che è la base del cambiamento di cui ha bisogno il nostro Paese.
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