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Diritti di cittadinanza. Risoluzione del Gruppo PD sulla campagna "L'Italia sono anch'io"

Il Gruppo PD in Regione, primo firmatario il consigliere regionale Beppe Pagani, ha presentato oggi una risoluzione per “sostenere e promuovere ciascuna delle due proposte di legge: “L’Italia sono anch’io” e chiedere all’Assemblea Legislativa di impegnare ogni componente della stessa a dare risalto a questa importante iniziativa nell’esercizio delle proprie attività”.

La Campagna “L’Italia sono anch’io” è promossa dal sindaco di Reggio Emilia, Graziano Delrio, e da un Comitato che racchiude 19 organizzazioni della società civile (Acli, Arci, Asgi-Associazione studi giuridici sull’immigrazione, Caritas Italiana, Centro Astalli, Cgil, Cnca-Coordinamento nazionale delle comunità d’accoglienza, Comitato 1° Marzo, Emmaus Italia, Fcei – Federazione Chiese Evangeliche In Italia, Fondazione Migrantes, Libera, Lunaria, Il Razzismo Brutta Storia, Rete G2 – Seconde Generazioni, Tavola della Pace e Coordinamento nazionale degli enti per la pace e i diritti umani, Terra del Fuoco, Ugl Sei e dall’editore Carlo Feltrinelli).

“La campagna è tesa a raccogliere le firme per sostenere due leggi di iniziativa popolare: la riforma del diritto di cittadinanza in particolare per i minori, introducendo lo ius soli temperato e il riconoscimento del diritto di voto, per le elezioni amministrative, ai lavoratori regolarmente presenti da cinque anni” si legge nella Risoluzione.

Numerose sono le istituzioni che hanno già aderito al manifesto. Le firme necessarie, per ciascuna delle due proposte di legge, sono 50.000, che il comitato promotore ha stabilito di raggiungere in sei mesi.

“Nei prossimi giorni proseguiranno numerosi gli appuntamenti locali e nazionali per raggiungere l’obiettivo della raccolta firme – afferma Pagani – Per questo riteniamo sia importante un pronunciamento dell’Assemblea Legislativa della Regione, per dare forza a un’iniziativa che aiuterebbe a colmare una lacuna legislativa del nostro Paese”.

I dati
Sono 462mila gli stranieri residenti in Emilia Romagna, di questi il 20,1% ha meno di 14 anni.
Su 5 milioni di stranieri in tutto il paese, 500 mila sono ragazzi e ragazze nate in Italia. Sul totale degli stranieri i minori sono 900 mila e rappresentano il 7% degli studenti italiani.
Il 12,5% dei contributi previdenziali in Italia è versato da lavoratori di origine non italiana. Sono 2,5 milioni i lavoratori stranieri iscritti all’Inps e, secondo il rapporto Caritas Migrantes, l’incidenza degli immigrati sul prodotto interno lordo è dell’11,1%. Eppure con le leggi attuali La cittadinanza è concessa a 40 mila persone all’anno, su 130mila pratiche in lista d’attesa e 5 milioni di stranieri in regola.

1862 Risoluzione proposta dai consiglieri Pagani, Monari, Bonaccini, Pariani, Zoffoli, Alessandrini, Moriconi, Mori, Ferrari, Mumolo, Barbieri, Luciano Vecchi, Cevenini, Piva, Marani, Garbi e Casadei affinchè l’Assemblea legislativa promuova e sostenga la campagna dal titolo “L’Italia sono anch’io” tesa a raccogliere firme per due proposte di iniziativa popolare relative alla riforma del diritto di cittadinanza (documento in data 12 10 11).

OG2011032759

Sabato 17 settembre è nato anche ad Imola, su invito del Comitato 1° Marzo, il Comitato Imolese “L’Italia sono anch’io”.

La campagna “L’Italia sono anch’io” lancia la raccolta di firme sulle due leggi di iniziativa popolare sul diritto di voto per gli stranieri residenti alle elezioni locali e regionali e per una riforma della legge sulla cittadinanza che introduca lo ius soli.
La campagna nazionale è promossa da 18 organizzazioni della società civile: Acli, Arci, Asgi-Associazione studi giuridici sull’immigrazione, Caritas Italiana, Centro Astalli, Cgil, Cnca-Coordinamento nazionale delle comunità d’accoglienza, Comitato 1° Marzo, Emmaus Italia, Fcei – Federazione Chiese Evangeliche In Italia, Fondazione Migrantes, Libera, Lunaria, Il Razzismo Brutta Storia, Rete G2 – Seconde Generazioni, Tavola della Pace e Coordinamento nazionale degli enti per la pace e i diritti umani, Terra del Fuoco, Ugl Sei e dall’editore Carlo Feltrinelli. Presidente del Comitato promotore è il Sindaco di Reggio Emilia, Graziano Delrio. Prime adesioni a livello nazionale: Regione Emilia Romagna, Regione Liguria, Regione Puglia, Regione Toscana.

Il Comitato imolese è per ora formato da: Comitato 1° Marzo, ARCI, Catitas, Next Generation, CGIL, CISL, PD, Giovani Democratici, Partito dei Comunisti Italiani – FDS, Rifondazione Comunista FDS, SEL, Sinistra Arcobaleno del Consiglio Comunale di Imola, ANPI, Camminandoinsieme.
Hanno inoltre dato la loro adesione Anna Pariani, vice capogruppo PD all’Assemblea Legislativa Regione Emilia-Romagna e Ivan Vigna, assessore alle politiche per l’integrazione multiculturale del Comune di Imola.
Per adesioni: primomarzo2010imola@gmail.com; Cell.: 3287152026
Info: www.litaliasonoanchio.it
La raccolta di firme nel territorio imolese è iniziata in questi giorni e vedrà nella giornata del 1° ottobre il contemporaneo e simbolico avvio in tutta le città italiane.

Ecco il manifesto della campagna:
Le persone di origine straniera che vivono in Italia sono oggi circa 5 milioni (stima Dossier Caritas Italiana Fondazione Migrantes al 1° gennaio 2010), pari all’8 % della popolazione totale. Di questi un quinto circa sono bambini e bambine, ragazzi e ragazze. Nati in gran parte in questo Paese, solo al compimento della maggiore età si vedono riconosciuto il diritto a chiederne la cittadinanza. Il luogo di provenienza dei loro genitori è lontano, spesso non ci sono mai stati. A loro, alle loro famiglie, vengono per lo più frapposte soltanto barriere. Limitazioni insormontabili e ingiustificate, che danno luogo a disuguaglianze, ingiustizie e persecuzioni.
L’articolo 3 della nostra Costituzione stabilisce il principio dell’uguaglianza tra le persone, impegnando lo Stato a rimuovere gli ostacoli che ne impediscano il pieno raggiungimento. Ma nei confronti di milioni di stranieri questo principio è disatteso.
Noi, uomini e donne che considerano l’uguaglianza valore fondante di ogni democrazia e la decisione di persone di origine straniera di diventare cittadini/e italiani/e una scelta da apprezzare e valorizzare,  siamo convinti che la battaglia per il riconoscimento dei diritti di ogni individuo sia decisiva per il futuro del nostro Paese.
Tutti e tutte dobbiamo assumercene la responsabilità e operare  perché l’Italia sia più  aperta, accogliente  e civile.
Per questo ci impegniamo a:
1. Promuovere in ogni ambito l’uguaglianza tra persone di origine straniera e italiana.
2. Agire a tutti i livelli affinché gli ostacoli che impediscono la piena uguaglianza tra italiani e stranieri vengano rimossi, determinando le condizioni per la sua concreta realizzazione.
3. Promuovere la partecipazione e il protagonismo dei migranti in tutti gli ambiti sociali, lavorativi e culturali. Siamo infatti convinti che esercizio della cittadinanza significhi innanzitutto possibilità di partecipare alla vita e alle scelte della comunità di cui si fa parte.
4. Avviare un percorso che porti alla presentazione in Parlamento di due proposte di legge di iniziativa popolare:
-  una proposta di legge che riformi la normativa sulla cittadinanza, aggiornando i concetti di nazione e nazionalità sulla  base del senso di appartenenza ad una comunità determinato da percorsi condivisi di studio, di lavoro e di vita.
- una proposta di legge che riconosca ai migranti il diritto di voto nelle consultazioni elettorali locali, quale strumento più alto di responsabilità sociale e politica.
A sostegno di quanto proposto, ricordiamo che la Convenzione europea sulla Nazionalità del 1997  già chiedeva  agli Stati di facilitare l’acquisizione  della cittadinanza per “le persone nate sul territorio e ivi domiciliate legalmente ed abitualmente”.
Sentiamo l’urgenza di riportare il tema della cittadinanza all’attenzione dell’opinione pubblica ed al centro del dibattito politico; per farlo, intendiamo impegnarci con una raccolta di firme e l’organizzazione di eventi e iniziative capaci di sollecitare organizzazioni e singoli a dar vita ad un movimento trasversale e unitario  sul tema del diritto di cittadinanza.
Facciamo appello alle Istituzioni, alle forze politiche e sociali, al mondo del lavoro e della cultura, a tutte le persone che vivono in Italia, affinché ognuno svolga il ruolo che gli compete per costruire un futuro di convivenza, giustizia e uguaglianza in cui a ogni individuo che  nasca e viva nel nostro Paese sia consentito di essere a tutti gli effetti cittadino/a italiano/a.

Il Gruppo PD ha presentato una Risoluzione alla Giunta regionale per chiedere al Governo, attraverso la Conferenza Stato-Regioni, una revisione dei dispositivi del Decreto Ministeriale (4 giugno 2010) e un maggiore ascolto e coinvolgimento degli attori sociali, a partire dalle istituzioni formative e dagli insegnanti dei CTP, nella revisione delle modalità di espletamento della prova di lingua italiana.

Inoltre i consiglieri chiedono «che vengano ripristinate e potenziate le risorse per la formazione tagliate ai CTP, per evitare anche che la formazione privata speculi su questo vuoto proponendosi con corsi a pagamento, magari reperendole da una revisione delle modalità di istituzione delle Commissioni Esaminatrici, che prevedono costi ingentissimi ed ingiustificati». «Occorre adoperarsi in ogni sede per manifestare il dissenso rispetto ad una politica dell’immigrazione che non integra ma ghettizza  che non offre possibilità e diritti, ma solo ostacoli e prevaricazioni».

«La percentuale della comunicazione orale, in particolare in un contesto di migrazione, è decisamente più alta ed ha maggiore rilevanza rispetto all’utilizzo della lingua scritta, mentre l’esame di lingua per l’ottenimento del permesso di lungo periodo prevede una verifica esclusivamente scritta delle competenze comunicative. Esistono persone, provenienti da paesi in cui la scolarizzazione non è ancora equamente garantita e diffusa, per le quali il test di lingua italiana si qualifica solo come atto fortemente escludente».

La questione quindi ruota intorno al tema di immigrazione clandestina che ha visto, dopo la “Bossi-Fini”, l’introduzione “pacchetto sicurezza” con il quale la clandestinità è diventata reato penale in Italia. Inoltre «una recentissima sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha sancito l’incompatibilità del reato di immigrazione clandestina con la normativa europea in materia di rimpatri», si legge nella Risoluzione.

«Molti insegnanti dei CTP hanno sottolineato con forza il loro disappunto per una norma ritenuta lesiva dei diritti fondamentali della persona del tutto inutile dal punto di vista formativo ed eccessivamente onerosa per lo Stato. Come era prevedibile ipotizzare in assenza di adeguati strumenti di formazione, i primi esami espletati con la nuova metodologia hanno visto un alto numero di candidati inidonei che per altro, vista la carenza di personale docente nei CTP, dovranno attendere molti mesi di insicurezza e precarietà prima di potere ritentare la prova».

1393 Risoluzione proposta dai consiglieri Pagani, Moriconi, Mumolo, Piva, Vecchi Luciano, Costi, Ferrari, Pariani, Carini, Alessandrini, Casadei, Zoffoli e Cevenini per impegnare la Giunta a chiedere al Governo, attraverso la Conferenza Stato-Regioni, la revisione delle disposizioni contenute nel D.M. 4 giugno 2010 in tema di accertamento della conoscenza della lingua italiana da parte di immigrati, specie al fine dell’ottenimento del permesso di soggiorno di lungo periodo (documento in data 18 05 11).

Risoluzione – Test Italiano Immigrati

Anna Pariani, vicecapogruppo PD alla Regione Emilia-Romagna, ha introdotto l’incontro pubblico “Un nuovo welfare di comunità in Emilia – Romagna” tenutosi a Bologna lo scorso 15 aprile. Di seguito la sua relazione introduttiva.

L’art. 3 della Costituzione recita “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”

Per noi, per il Partito Democratico, ciò significa che è compito dello Stato garantire il diritto alla sicurezza, alla salute, all’istruzione, al benessere sociale ed economico in modo universale, a tutti bambini e le bambine nate in questo paese, ai giovani che affrontano le sfide della vita, a chi non è autosufficiente, alle famiglie che si assumono compiti educativi e di cura, a tutti coloro, a qualsiasi età e per qualsiasi ragione, che si trovino ad affrontare difficoltà e malattie, alle persone anziane che hanno diritto di vivere serenamente l’ultima parte della loro vita.

Un compiuto sistema di welfare è fondato su un sistema fiscale equo e progressivo. Nel nostro Paese la finanza è meno tassata del lavoro e dell’impresa e questo è già un elemento di sperequazione, che si aggiunge alla mancanza di un sostegno fiscale ai compiti di cura. Noi abbiamo proposto, a livello nazionale, la modifica delle detrazioni legata ai carichi familiari, l’imposta negativa per gli incapienti e il bonus fiscale di 3000 euro per ogni figlio.

Un compiuto sistema di welfare si attua attraverso la riforma delle tipologie contrattuali e degli ammortizzatori sociali, che devono divenire universali e includere le giovani generazioni prive di protezioni per l’oggi, quando perdono il lavoro, e per il domani, quando non avranno neppure pensioni di sussistenza. Il PD ha già oggi le proposte per attuare queste riforme e per dare una svolta al Paese, a partire dal reddito di solidarietà attiva.
Lo stesso per garantire dignità e autonomia a tutte le persone non-autosufficienti, attraverso la costituzione stabile di un adeguato Fondo nazionale.

Nelle fasi in cui il centrosinistra ha governato il Paese con grande coerenza e determinazione abbiamo realizzato riforme (queste sì grandi riforme!) che hanno garantito qualità al servizio sanitario (uno dei migliori al mondo perché non esclude nessuno), l’innalzamento dell’obbligo scolastico e la scuola a tempo pieno, e l’avvio di un sistema di welfare nazionale con la L.328/00. La sua attuazione purtroppo ancora oggi manca della traduzione dei diritti sociali dei cittadini italiani in Livelli Essenziali di Assistenza, che non sono pertanto garantiti a scala nazionale e non permettono di definire un Fondo Sociale capace di rispondere ai bisogni delle persone e delle famiglie.

Questo è il grande vulnus, da sempre denunciato dall’Emilia-Romagna, del federalismo fiscale della Lega Nord: se non si associano le imposte locali alla garanzia di diritti universali definiti su base nazionale il risultato sarà di far crescere le disuguaglianze e le tasse. Cresceranno le disuguaglianza perché le comunità che hanno poche risorse a disposizione continueranno a non realizzare il sistema di welfare, e l’applicazione di un fondo di perequazione contrattato nazionalmente senza la definizione dei LEA non darà loro certezze; cresceranno le tasse perché, nelle comunità più ricche, dovremo pagare di più per avere gli stessi servizi di oggi.

L’assenza di una definizione di servizi minimi ha consentito a questo il governo di destra di produrre tagli micidiali alla spesa sociale nazionale: da circa 1 miliardo nel 2008 a 275 milioni di euro nel 2011 per il fondo sociale, da 400 milioni nel 2009 a 0 nel 2011 per il Fondo per la non-autosufficienza, e ancora sui fondi dedicati alla legge 285/97, alle politiche di pari opportunità, alle politiche giovanili, all’integrazione degli stranieri.

Per l’Emilia-Romagna negli ultimi 3 anni c’è stata una riduzione dei trasferimenti statali del 77%, che la regione ha INTERAMENTE ripianato con fondi propri, praticando una precisa scelta politica, coerente con l’idea del Partito Democratico: tocca allo stato garantire i diritti sociali, ancor più di fronte alla crisi economica che ha prodotto nuove fragilità e la riduzione del reddito reale per le famiglie.

Da oltre 10 anni la nostra Regione ha seguito un coerente disegno di riforme, per attuare quanto previsto dalla L. 328/00: un sistema di welfare locale universale ed inclusivo, fondato sul principio di sussidiarietà orizzontale e verticale.

Come abbiamo scritto anche nel Piano Territoriale della Regione Emilia-Romagna, lo sviluppo dei territori si basa fortemente sulla crescita del capitale umano e sociale: la libertà delle persone, la crescita delle opportunità per ciascuno è più forte dove la comunità investe sui beni comuni e sulla coesione sociale.

Per noi quindi il sistema di welfare locale è un fattore dello sviluppo delle persone, delle comunità ed è un fattore di crescita economica.
L’Emilia-Romagna è un esempio di come i servizi per l’infanzia, per la cura delle persone non-autosufficienti abbiano spinto la presenza delle donne nel mercato del lavoro (unica grande regione italiana da dieci anni stabilmente sopra al 60% di partecipazione al lavoro delle donne – nonostante la crisi e la crescita della disoccupazione tale partecipazione si è mantenuta anche dal 2008 ad oggi), e di come la crescita della rete di servizi abbia creato economia sociale (nelle gestioni pubbliche, private e del privato sociale).

Il sistema di welfare è, quindi, un elemento della qualità territoriale, che rende competitivo il sistema economico dell’Emilia-Romagna: dove le persone stanno bene stanno bene anche le imprese, dove la qualità della vita si abbassa anche per gli imprenditori il terreno è meno fertile.

Economia sociale per noi non è sinonimo di mercato: la destra si riempie la bocca di parole che rende ambigue, come riforme per dire tagli ed economia sociale per dire mercato.

Dobbiamo ristabilire anche una moralità del lessico nella politica: i diritti sociali non possono essere lasciati al mercato, lo dice l’art. 3 della costituzione ed, in Emilia-Romagna, lo dicono le norme con cui abbiamo costruito il nostro sistema di welfare: la L.R. 2/2003, che ha posto le basi dell’integrazione sociale e sanitaria e ha definito il ruolo pubblico di governo e di garanzia del sistema; la riforma delle IPAB (L.R. l.r.2/2004), per costituire le Aziende di gestione pubblica per i Servizi alla Persona; la creazione del Fondo Regionale per la Non-Autosufficienza (L.R. finanziaria 27/2004 – sempre in riferimento alla 2/2003), per garantire alle persone disabili e agli anziani un sostegno lungo tutto l’arco della vita; la definizione di un welfare per le giovani generazioni, per sostenere la loro autonomia (L.R. 14/08); le norme per l’accreditamento dei servizi socio-sanitari (L.R. finanziaria 20/2005), per garantire ai cittadini che tutti i servizi, gestiti dal pubblico o dal privato-sociale, abbiano la stessa qualità e trasparenza nella gestione delle risorse, e per permettere alla cooperazione sociale di crescere come attore fondamentale di un sistema pubblico.

Allo stesso modo per noi sussidiarietà è far leva sulle risorse della persona, delle famiglie, della comunità, ma senza arretrare dal ruolo pubblico di programmazione e garanzia dei servizi, senza il quale non è possibile alcuna scelta da parte dei cittadini.

I CAMBIAMENTI NELLA SOCIETA’

In questi 10 anni si è realizzato un profondo cambiamento sociale.

In primo luogo ha continuato a crescere la popolazione anziana, fenomeno che avevamo da tempo previsto e che vede nel 2010 il 3.36% di popolazione sopra gli 85 anni (grandi anziani).

Dai primi anni ‘90 hanno ricominciato a crescere anche i giovani e l’Emilia-Romagna ha oggi un tasso di crescita della natalità tra i primi in Italia. Nel corso dell’ultimo decennio i giovani sono aumentati di circa 125.000 unità (+28,5%) mentre gli over 65 anni di 111.237 unità (12,9%): il maggior aumento dei giovani è da relazionarsi alla più elevata fecondità delle donne straniere, all’arrivo di molti minori in seguito ai ricongiungimenti familiari e, seppur in misura minore, ad un recupero della fecondità delle donne emiliano-romagnole dopo i 35 anni.

Crescono quindi i bisogni delle famiglie sia nell’area del sostegno all’educazione dei figli, sia della cura delle persone anziane e contemporaneamente continua a crescere la loro fragilità: sono famiglie più piccole (2.2 componenti per nucleo e più di una famiglia su quattro è unipersonale) e più sole, poiché continuano ad allentarsi le reti parentali e il sostegno dei nonni “abili” viene meno con l’allungarsi dell’età lavorativa e la maggior presenza di donne lavoratrici in quelle classi d’età.

Negli ultimi anni, poi, la forte immigrazione straniera, trascinata dalla crescita economica dei nostri territori, ha fatto sì che l’Emilia-Romagna divenisse la prima regione italiana per tasso di popolazione straniera residente (oltre il 10% nel 2010, ma considerando stranieri anche chi nasce in Italia, che per noi NON E’ STRANIERO!), portando al nostro sistema di welfare nuove domande di inclusione (dalla costruzione di un sistema di accoglienza alla risposta al problema della casa, dall’integrazione scolastica dei bambini al confronto tra famiglie con diverse culture, nuove domande di salute, soprattutto da parte delle donne, e di diritti sociali e politici, in particolare da parte delle seconde generazioni) e nuove opportunità (si pensi solo al contributo all’assistenza agli anziani di oltre 100.000 badanti regolari in regione).

Questi cambiamenti sociali sono strutturali e di lunga durata, sono gli stessi che tutta l’Europa deve affrontare, sapendo che occorre dare risposta ad un’equazione complicata: come estendere e rendere davvero universale un sistema di welfare inclusivo e promozionale di fronte a bisogni crescenti e risorse pubbliche calanti.

LA CRISI ECONOMICA

Alle forti trasformazioni sociali di questi anni abbiamo visto, dal 2008, crescere lo spettro dell’impoverimento delle famiglie italiane: dal 32,0 al 33,3 per cento in media non potrebbero far fronte a spese impreviste di 750 euro, dal 10,5 al 14,0 per cento di quelle che hanno debiti e dal 14,8 al 16,5 per cento quelle che si sono indebitate.

La nostra Regione ha resistito più e meglio alla crisi, grazie al Patto che ha coinvolto dal 2009 tutte le parti sociali per evitare i licenziamenti e la chiusura di molte aziende , per salvare lavoro e patrimonio produttivo. Tuttavia anche in Emilia-Romagna sono oltre 56.000 i lavoratori interessati da ammortizzatori in deroga, 119.080.893 mila sono le ore di Cassa integrazione erogate dall’INPS nel 2010, e la disoccupazione è cresciuta a fine 2010 al 5.7% (nel 2008 era 3.2). Il tasso di disoccupazione 15 – 24 anni si attestava in Emilia-Romagna nel 2008 all’11,1%, ma oggi raggiunge nel 2009 un livello pari al 18,3%, con un incremento di più di sette punti percentuali.
Per le giovani tale incremento è ancora maggiore e spinge il tasso di disoccupazione dal 12,2% del 2008 al 20,8%. Anche se oggi la nostra economia ha ripreso a crescere ad un tasso doppio di quello medio italiano, l’occupazione non riprende.

Di fronte a questa crisi il governo è stato assente, inefficace, quando non dannoso con politiche finanziarie che hanno ulteriormente depresso il sistema (tagli a istruzione e ricerca, tagli agli investimenti locali col patto di stabilità), incapace di rispondere ai nuovi bisogni (per esempio con una riforma degli ammortizzatori sociali che non annegasse le giovani generazioni).

Quando il Paese rischia, quando le famiglie povere crescono, quando la ricchezza si concentra sempre più nelle mani di pochi, occorre fare scelte vere, che aiutino le persone a superare le difficoltà. Tremonti ha applicato la logica dei tagli lineari, cioè si taglia in modo indiscriminato, si tratti dei fondi per le persone non autosufficienti, delle classi di tempo pieno per i bambini, del lavoro di un precario della pubblica amministrazione, dei posti di Polizia o degli sprechi di tanti ministeri.

La manovra finanziaria del Governo nazionale taglia nel bilancio regionale 346 milioni di euro, e saranno 370 nel 2012, ma l’Emilia-Romagna non ha applicato i tagli lineari di Tremonti. Assieme alle forze economiche e sociali e agli enti locali abbiamo deciso di non tagliare il welfare, cioè il fondo sociale e per la famiglia, il fondo per la non-autosufficienza, la sanità, l’istruzione e la ricerca, i trasporti pubblici.

In particolare crescerà anche quest’anno, fino a oltre 500 milioni di euro, il fondo regionale per la non-autosufficienza, ripianando con risorse regionali l’azzeramento del fondo nazionale, e saranno mantenute inalterate, pur di fronte al taglio nazionale, le risorse del Fondo sociale, del Fondo per le famiglie e per le politiche di integrazione degli stranieri.

PUBBLICO, COMUNE, PERSONA E COMUNITA’

I cambiamenti, la crisi, i tagli, le paure che attraversano tutta l’Europa, la mancanza di futuro delle giovani generazioni chiedono risposte nuove.
Mentre la destra dichiara il fallimento del welfare e delle politiche pubbliche per ricostruire un’ideologia dell’individualismo (dall’Europa ai Tea parties), riproponendo una ricetta antica e già fallita, la sinistra ed i democratici devono essere il motore del cambiamento.

l diritto di tutti e di ciascuno a pari opportunità di vita significa partire da quanto diceva Don Milani: uguaglianza non è fare parti uguali tra diseguali. Allora cosa significa oggi garantire l’universalità?

In Emilia-Romagna 31 bambini su 100 tra 0 e 2 anni frequentano l’asilo nido, una rete di servizi educativi di qualità garantita da progetti pedagogici coordinati dal pubblico. La domanda inevasa, cioè la quota di bambini che si iscrivono e restano in lista d’attesa, è il 4%, ed anche se la evadessimo completamente arriveremmo al 35%, un risultato che è alla nostra portata.
Ma noi pensiamo che anche gli altri 65 bambini su 100, che non chiederanno di iscriversi al nido, e le loro famiglie, abbiano diritto ad un progetto educativo, e per questo abbiamo pensato ai centri per le famiglie, ai centri per i bambini e i genitori, al sostegno ad una comunità educativa che ha mille risorse sul territorio e nella quale ogni bambino ed ogni famiglia possa trovare la propria risposta.
Per questo abbiamo voluto la L.R. 14/08, sostenendo e qualificando la rete dei servizi educativi dalla prima infanzia all’adolescenza, per questo la Regione sta lavorando per estendere la rete dei servizi integrativi al nido ed al sistema educativo (centri educativi pomeridiani, pre e post-scuola, centri estivi, ecc). L’obiettivo è una comunità educativa.

In Emilia-Romagna, dal 2006, la creazione del Fondo Regionale per la Non-Autosufficienza, ha garantito servizi diffusi per il sostegno ai disabili e alle persone anziane: assegno di cura per chi è assistito in famiglia, anche con un’assistente familiare in regola cui la regione paga i contributi, assistenza domiciliare sotto varie forme, centri di accoglienza diurni, case di riposo ed RSA.
Con l’avvio dell’accreditamento delle strutture e dei servizi domiciliari abbiamo garantito qualità, trasparenza, la responsabilità e la crescita della cooperazione sociale che gestisce i servizi senza gare al massimo ribasso.
L’accreditamento è la condizione per uscire dalle gare e dall’intermediazione di mano d’opera nel settore dei servizi sociali, per garantire diritti ai lavoratori e qualità omogenea dei servizi gestiti dal pubblico e dal privato sociale, in un sistema dove circa 75.000 famiglie sono coinvolte (tra utenti ed operatori) e si spendono circa 800 milioni di euro all’anno (45% FRNA, 10% FSR, 15% Comuni, 30% utenti).

Mettere al centro le persone, i loro bisogni, il cambiamento sociale significa pensare al diritto delle persone a salute, sicurezza, istruzione e benessere come a beni non individuali ma comuni.

Ed i beni comuni sono una responsabilità di tutti, dei singoli come dei soggetti collettivi, della comunità, che viene prima dello Stato.

Se il benessere riguarda la qualità della vita dei singoli, le loro relazioni familiari e sociali, allora il welfare deve occuparsi non solo del benessere dei singoli, ma della comunità, di costruire e mantenere un senso di comunità, una rete di relazioni e beni comuni. E ciò deve essere garantito dalle istituzioni pubbliche, come dice la Costituzione.

La sfida di innovare il nostro sistema di promozione sociale deve vedere gli enti locali compiere un passo ancora più deciso, assieme alla Regione, nella scelta delle priorità e nel governo dell’offerta di servizi dentro un welfare sussidiario e comunitario.

Dobbiamo prima di tutto consolidare la comunità istituzionale per la programmazione ed il governo del sistema, che deve essere il primo pilastro su cui poggia il sistema di welfare.
Non è pensabile per ciascun comune, per quanto virtuoso, continuare a garantire ai propri cittadini le mense scolastiche, i servizi all’infanzia, l’assistenza domiciliare, la casa per le emergenze, la tutela dei minori, il sostegno alle famiglie, ecc. ecc. senza produrre tagli che metterebbero a rischio l’idea stessa di sistema pubblico e universalistico.
Un welfare per pochi, solo per gli ultimi non è difendibile, non è equo, non produce sviluppo e investimento sociale.
E’ allora indispensabile per gli enti locali e la Regione riaffermare la scelta degli Uffici di Piano distrettuali come luogo di programmazione, di messa in comune delle risorse e dei servizi.
Dobbiamo distinguere più e meglio la programmazione dalla gestione dei servizi, e la gestione dall’erogazione delle prestazioni, come già abbiamo definito con i servizi per la non-autosufficienza.

Al fondo distrettuale per la non-autosufficienza (FRNA) dobbiamo affiancare il Fondo sociale distrettuale cui fare riferimento per la programmazione dei servizi sul territorio.
Occorre mettere in comune risorse economiche, professionalità, buone pratiche e tutti i livelli di innovazione che gli enti locali hanno prodotto. Come dice Bersani la Lega Nord non ha niente da insegnarci, perché noi abbiamo inventato tutto nel governo locale: gli asili nido, la scuola materna ed il tempo pieno, servizi di accoglienza e rifugio per le donne e i minori maltrattati, i mediatori culturali, l’assistenza domiciliare, l’assegno di cura, i centri diurni e i centri di sollievo, l’integrazione scolastica dei bambini diversamente abili, ecc.
Coordinare assieme le risorse e definire la cartella sociale di tutti gli interventi che il welfare locale garantisce alle persone sono i primi passi per rendere trasparente la ricchezza di ciò che già facciamo, e per definire quei Livelli essenziali delle prestazioni che vogliamo garantire ai cittadini dell’Emilia-Romagna anche per il futuro.

Il governo regionale deve accompagnare questo processo, non solo garantendo le risorse economiche come fin qui accaduto, ma allargando la partecipazione degli enti locali alle scelte della Cabina di regia, coinvolgendo pienamente tutti i distretti e rafforzandone il ruolo.

Nel contempo il nuovo Piano sociale e sanitario deve proporsi l’obiettivo di costruire comunità attraverso il coinvolgimento e la partecipazione di tutti i soggetti sociali. Un welfare di comunità si rafforza se può fare leva sulla responsabilità di tutti: il Terzo settore è una risorsa fondamentale prima di tutto per il giacimento di competenze e innovazione nella gestione dei servizi.
Questa risorsa è un bene pubblico alla pari con i servizi pubblici e alla pari deve poter contribuire alla programmazione della rete sociale di cui cooperazione e volontariato sono soggetti fondamentali, molto spesso più vicini ai bisogni di quanto riesca a fare il pubblico. Penso a come sia difficile per molti, soprattutto per chi vive una condizione di povertà ed esclusione estrema, conoscere ed avvicinare i servizi.
Volontariato e cooperazione sono già oggi l’unica ancora di salvezza per molti che vivono ai margini, così come dalle cooperative di abitanti alle cooperative di utenti, può nascere nuova partecipazione attiva dei cittadini.
Dobbiamo assumere pienamente il ruolo del Terzo settore come secondo pilastro del welfare di comunità: per questo il PD dell’Emilia-Romagna, assieme alla Giunta, sta lavorando ad una riforma della L.R. 7/94 sulla cooperazione sociale, con un percorso di partecipazione sul territorio. Allo stesso modo dovremo rivedere le norme di sostegno alle associazioni di volontariato e promozione sociale.

RISORSE, COMPARTECIPAZIONE E PARTECIPAZIONE

Il welfare di comunità è un bene pubblico, quindi di tutti, non solo di coloro che ne usufruiscono direttamente. Per questo è giusto che la quota prevalente sia finanziata con la fiscalità generale.

Nel 2010 in Emilia-Romagna sono stati programmati 1,677 miliardi di euro di spesa sociale, il 37% a carico dei Comuni, il 27% dal Fondo per la non-autosufficienza, il 28% dalle ASL, il 3% da altre risorse regionali, 2% altri soggetti pubblici, 2% altri soggetti privati.

Non possiamo permetterci di allargare il welfare se non allarghiamo le risorse, anche private, che lo sostengono: fondazioni, cooperazione sociale e non, fondi mutualistici e compartecipazione dei cittadini.
Nelle nostre proposte nazionali abbiamo indicato come sia indispensabile la nascita di un sistema mutualistico integrativo (che già oggi è una realtà rilevante) e universale, che consenta di garantire la copertura, in sanità e nel sociale, di prestazioni che il sistema pubblico, pagato dalla fiscalità generale, non eroga.
Allo stesso modo dobbiamo far sì che l’impresa sociale, a partire dalla cooperativa sociale, possa essere attore stabile del sistema, investendo risorse proprie e dei soci utenti in nuovi servizi. In Regione sono già molti gli esempi di Cooperative di utenti che investono risorse private nel welfare di comunità.
Allo stesso modo, con grande fatica, la cooperazione sociale di tipo B dà lavoro a centinaia di persone diversamente abili anche partecipando a gare o fornendo servizi ad aziende private, ed immettendo così beni privati nel sociale.

Nel settore dei servizi sociali in Emilia-Romagna lavorano più di 48.000 operatori in 3.320 strutture, l’1,82% della popolazione attiva. Senza la loro professionalità ed il loro investimento umano non ci sarebbe il welfare; senza le loro competenze non potremmo pensare all’innovazione; senza un investimento nella formazione e in forme gestionali che garantiscano maggiore stabilità al lavoro sociale non potremo investire in nuovi servizi. Per questo anche le gestioni pubbliche, sottoposte all’attacco dei decreti Brunetta, devono pensare sempre più a forme che garantiscano stabilità e continuità, a partire da ASP di dimensione territoriale adeguata.

Riguardo alla compartecipazione dei cittadini alla spesa dei servizi noi diciamo una cosa con grande chiarezza: sostegni economici e rette non possono essere uguali per tutti. Per noi valgono due principi fondamentali: equità e carico familiare, cioè chi più ha, in termini di reddito e patrimonio, più paga, riconoscendo economicamente chi più fa, come compiti di cura ed educativi.
Nell’art.49 della L.R.2/2003, modificato dalla legge finanziaria regionale del 2009, la Regione Emilia-Romagna ha posto le basi per intervenire nella modifica dell’applicazione dell’ISEE sui servizi accreditati, favorendo il riconoscimento del carico familiare. La Giunta ha aperto un tavolo con le parti sociali, che può e deve essere un punto di riferimento anche nei territori per costruire maggiore equità. Non dimentichiamo che dal 2009 la Regione ha stanziato un fondo straordinario di 22 milioni di euro per far fronte, con l’ISE speciale applicato sulle tariffe dei servizi comunali, agli effetti negativi della crisi sulle famiglie.

I cittadini che utilizzano la rete dei servizi non sono solo utenti, ma protagonisti attivi della rete sociale. In primo luogo perché il benessere sociale è frutto di una relazione; in secondo luogo perché chi vive un servizio deve poter pesare sull’organizzazione e sulla scelta delle priorità.
In questi anni abbiamo sperimentato in maniera diffusa il modello dei Comitati degli utenti, mutuato dalla sanità, che ci ha permesso di un dialogo vero, ma ha il difetto di contrapporre in maniera contrattualistica gestione e cittadino.
Se il welfare di comunità si basa sul fatto che i beni comuni sono responsabilità di tutti, questo modello di partecipazione è insufficiente.
Dobbiamo puntare su un modello partecipativo più forte, che si guardi a modelli del passato come i comitati di gestione o a esperienze più attuali come i bilanci partecipati, che porti a condividere più in profondità con i cittadini e le famiglie l’equilibrio tra bisogni e risorse, tra costi e partecipazione alla spesa, come i criteri di accesso e di definizione delle graduatorie.

Dobbiamo pensare e costruire il welfare di comunità come un’esperienza di impegno diffuso, per la capacità di attivare risorse umane e materiali, per la rete sociale che sa produrre, perché è una comunità che si mette in moto.
Nel fare questo, dall’Emilia-Romagna, sentiamo tutta le responsabilità e la necessità di una sfida politica che è anche civile: quella riscossa civica di cui parla Bersani e che è la base del cambiamento di cui ha bisogno il nostro Paese.

Anna Pariani: "Il welfare di comunità come un’esperienza di impegno diffuso"

Anna Pariani, vicecapogruppo PD alla Regione Emilia-Romagna, ha introdotto l’incontro pubblico “Un nuovo welfare di comunità in Emilia – Romagna” tenutosi a Bologna lo scorso 15 aprile. Di seguito la sua relazione introduttiva.

15.04.11 “Un nuovo welfare di comunità in Emilia-Romagna”
Intervento di Anna Pariani

L’art. 3 della Costituzione recita “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”

Per noi, per il Partito Democratico, ciò significa che è compito dello Stato garantire il diritto alla sicurezza, alla salute, all’istruzione, al benessere sociale ed economico in modo universale, a tutti bambini e le bambine nate in questo paese, ai giovani che affrontano le sfide della vita, a chi non è autosufficiente, alle famiglie che si assumono compiti educativi e di cura, a tutti coloro, a qualsiasi età e per qualsiasi ragione, che si trovino ad affrontare difficoltà e malattie, alle persone anziane che hanno diritto di vivere serenamente l’ultima parte della loro vita.

Un compiuto sistema di welfare è fondato su un sistema fiscale equo e progressivo. Nel nostro Paese la finanza è meno tassata del lavoro e dell’impresa e questo è già un elemento di sperequazione, che si aggiunge alla mancanza di un sostegno fiscale ai compiti di cura. Noi abbiamo proposto, a livello nazionale, la modifica delle detrazioni legata ai carichi familiari, l’imposta negativa per gli incapienti e il bonus fiscale di 3000 euro per ogni figlio.

Un compiuto sistema di welfare si attua attraverso la riforma delle tipologie contrattuali e degli ammortizzatori sociali, che devono divenire universali e includere le giovani generazioni prive di protezioni per l’oggi, quando perdono il lavoro, e per il domani, quando non avranno neppure pensioni di sussistenza. Il PD ha già oggi le proposte per attuare queste riforme e per dare una svolta al Paese, a partire dal reddito di solidarietà attiva.
Lo stesso per garantire dignità e autonomia a tutte le persone non-autosufficienti, attraverso la costituzione stabile di un adeguato Fondo nazionale.

Nelle fasi in cui il centrosinistra ha governato il Paese con grande coerenza e determinazione abbiamo realizzato riforme (queste sì grandi riforme!) che hanno garantito qualità al servizio sanitario (uno dei migliori al mondo perché non esclude nessuno), l’innalzamento dell’obbligo scolastico e la scuola a tempo pieno, e l’avvio di un sistema di welfare nazionale con la L.328/00. La sua attuazione purtroppo ancora oggi manca della traduzione dei diritti sociali dei cittadini italiani in Livelli Essenziali di Assistenza, che non sono pertanto garantiti a scala nazionale e non permettono di definire un Fondo Sociale capace di rispondere ai bisogni delle persone e delle famiglie.

Questo è il grande vulnus, da sempre denunciato dall’Emilia-Romagna, del federalismo fiscale della Lega Nord: se non si associano le imposte locali alla garanzia di diritti universali definiti su base nazionale il risultato sarà di far crescere le disuguaglianze e le tasse. Cresceranno le disuguaglianza perché le comunità che hanno poche risorse a disposizione continueranno a non realizzare il sistema di welfare, e l’applicazione di un fondo di perequazione contrattato nazionalmente senza la definizione dei LEA non darà loro certezze; cresceranno le tasse perché, nelle comunità più ricche, dovremo pagare di più per avere gli stessi servizi di oggi.

L’assenza di una definizione di servizi minimi ha consentito a questo il governo di destra di produrre tagli micidiali alla spesa sociale nazionale: da circa 1 miliardo nel 2008 a 275 milioni di euro nel 2011 per il fondo sociale, da 400 milioni nel 2009 a 0 nel 2011 per il Fondo per la non-autosufficienza, e ancora sui fondi dedicati alla legge 285/97, alle politiche di pari opportunità, alle politiche giovanili, all’integrazione degli stranieri.

Per l’Emilia-Romagna negli ultimi 3 anni c’è stata una riduzione dei trasferimenti statali del 77%, che la regione ha INTERAMENTE ripianato con fondi propri, praticando una precisa scelta politica, coerente con l’idea del Partito Democratico: tocca allo stato garantire i diritti sociali, ancor più di fronte alla crisi economica che ha prodotto nuove fragilità e la riduzione del reddito reale per le famiglie.

Da oltre 10 anni la nostra Regione ha seguito un coerente disegno di riforme, per attuare quanto previsto dalla L. 328/00: un sistema di welfare locale universale ed inclusivo, fondato sul principio di sussidiarietà orizzontale e verticale.

Come abbiamo scritto anche nel Piano Territoriale della Regione Emilia-Romagna, lo sviluppo dei territori si basa fortemente sulla crescita del capitale umano e sociale: la libertà delle persone, la crescita delle opportunità per ciascuno è più forte dove la comunità investe sui beni comuni e sulla coesione sociale.

Per noi quindi il sistema di welfare locale è un fattore dello sviluppo delle persone, delle comunità ed è un fattore di crescita economica.
L’Emilia-Romagna è un esempio di come i servizi per l’infanzia, per la cura delle persone non-autosufficienti abbiano spinto la presenza delle donne nel mercato del lavoro (unica grande regione italiana da dieci anni stabilmente sopra al 60% di partecipazione al lavoro delle donne – nonostante la crisi e la crescita della disoccupazione tale partecipazione si è mantenuta anche dal 2008 ad oggi), e di come la crescita della rete di servizi abbia creato economia sociale (nelle gestioni pubbliche, private e del privato sociale).

Il sistema di welfare è, quindi, un elemento della qualità territoriale, che rende competitivo il sistema economico dell’Emilia-Romagna: dove le persone stanno bene stanno bene anche le imprese, dove la qualità della vita si abbassa anche per gli imprenditori il terreno è meno fertile.

Economia sociale per noi non è sinonimo di mercato: la destra si riempie la bocca di parole che rende ambigue, come riforme per dire tagli ed economia sociale per dire mercato.

Dobbiamo ristabilire anche una moralità del lessico nella politica: i diritti sociali non possono essere lasciati al mercato, lo dice l’art. 3 della costituzione ed, in Emilia-Romagna, lo dicono le norme con cui abbiamo costruito il nostro sistema di welfare: la L.R. 2/2003, che ha posto le basi dell’integrazione sociale e sanitaria e ha definito il ruolo pubblico di governo e di garanzia del sistema; la riforma delle IPAB (L.R. l.r.2/2004), per costituire le Aziende di gestione pubblica per i Servizi alla Persona; la creazione del Fondo Regionale per la Non-Autosufficienza (L.R. finanziaria 27/2004 – sempre in riferimento alla 2/2003), per garantire alle persone disabili e agli anziani un sostegno lungo tutto l’arco della vita; la definizione di un welfare per le giovani generazioni, per sostenere la loro autonomia (L.R. 14/08); le norme per l’accreditamento dei servizi socio-sanitari (L.R. finanziaria 20/2005), per garantire ai cittadini che tutti i servizi, gestiti dal pubblico o dal privato-sociale, abbiano la stessa qualità e trasparenza nella gestione delle risorse, e per permettere alla cooperazione sociale di crescere come attore fondamentale di un sistema pubblico.

Allo stesso modo per noi sussidiarietà è far leva sulle risorse della persona, delle famiglie, della comunità, ma senza arretrare dal ruolo pubblico di programmazione e garanzia dei servizi, senza il quale non è possibile alcuna scelta da parte dei cittadini.

I CAMBIAMENTI NELLA SOCIETA’

In questi 10 anni si è realizzato un profondo cambiamento sociale.

In primo luogo ha continuato a crescere la popolazione anziana, fenomeno che avevamo da tempo previsto e che vede nel 2010 il 3.36% di popolazione sopra gli 85 anni (grandi anziani).

Dai primi anni ‘90 hanno ricominciato a crescere anche i giovani e l’Emilia-Romagna ha oggi un tasso di crescita della natalità tra i primi in Italia. Nel corso dell’ultimo decennio i giovani sono aumentati di circa 125.000 unità (+28,5%) mentre gli over 65 anni di 111.237 unità (12,9%): il maggior aumento dei giovani è da relazionarsi alla più elevata fecondità delle donne straniere, all’arrivo di molti minori in seguito ai ricongiungimenti familiari e, seppur in misura minore, ad un recupero della fecondità delle donne emiliano-romagnole dopo i 35 anni.

Crescono quindi i bisogni delle famiglie sia nell’area del sostegno all’educazione dei figli, sia della cura delle persone anziane e contemporaneamente continua a crescere la loro fragilità: sono famiglie più piccole (2.2 componenti per nucleo e più di una famiglia su quattro è unipersonale) e più sole, poiché continuano ad allentarsi le reti parentali e il sostegno dei nonni “abili” viene meno con l’allungarsi dell’età lavorativa e la maggior presenza di donne lavoratrici in quelle classi d’età.

Negli ultimi anni, poi, la forte immigrazione straniera, trascinata dalla crescita economica dei nostri territori, ha fatto sì che l’Emilia-Romagna divenisse la prima regione italiana per tasso di popolazione straniera residente (oltre il 10% nel 2010, ma considerando stranieri anche chi nasce in Italia, che per noi NON E’ STRANIERO!), portando al nostro sistema di welfare nuove domande di inclusione (dalla costruzione di un sistema di accoglienza alla risposta al problema della casa, dall’integrazione scolastica dei bambini al confronto tra famiglie con diverse culture, nuove domande di salute, soprattutto da parte delle donne, e di diritti sociali e politici, in particolare da parte delle seconde generazioni) e nuove opportunità (si pensi solo al contributo all’assistenza agli anziani di oltre 100.000 badanti regolari in regione).

Questi cambiamenti sociali sono strutturali e di lunga durata, sono gli stessi che tutta l’Europa deve affrontare, sapendo che occorre dare risposta ad un’equazione complicata: come estendere e rendere davvero universale un sistema di welfare inclusivo e promozionale di fronte a bisogni crescenti e risorse pubbliche calanti.

LA CRISI ECONOMICA

Alle forti trasformazioni sociali di questi anni abbiamo visto, dal 2008, crescere lo spettro dell’impoverimento delle famiglie italiane: dal 32,0 al 33,3 per cento in media non potrebbero far fronte a spese impreviste di 750 euro, dal 10,5 al 14,0 per cento di quelle che hanno debiti e dal 14,8 al 16,5 per cento quelle che si sono indebitate.

La nostra Regione ha resistito più e meglio alla crisi, grazie al Patto che ha coinvolto dal 2009 tutte le parti sociali per evitare i licenziamenti e la chiusura di molte aziende , per salvare lavoro e patrimonio produttivo. Tuttavia anche in Emilia-Romagna sono oltre 56.000 i lavoratori interessati da ammortizzatori in deroga, 119.080.893 mila sono le ore di Cassa integrazione erogate dall’INPS nel 2010, e la disoccupazione è cresciuta a fine 2010 al 5.7% (nel 2008 era 3.2). Il tasso di disoccupazione 15 – 24 anni si attestava in Emilia-Romagna nel 2008 all’11,1%, ma oggi raggiunge nel 2009 un livello pari al 18,3%, con un incremento di più di sette punti percentuali.
Per le giovani tale incremento è ancora maggiore e spinge il tasso di disoccupazione dal 12,2% del 2008 al 20,8%. Anche se oggi la nostra economia ha ripreso a crescere ad un tasso doppio di quello medio italiano, l’occupazione non riprende.

Di fronte a questa crisi il governo è stato assente, inefficace, quando non dannoso con politiche finanziarie che hanno ulteriormente depresso il sistema (tagli a istruzione e ricerca, tagli agli investimenti locali col patto di stabilità), incapace di rispondere ai nuovi bisogni (per esempio con una riforma degli ammortizzatori sociali che non annegasse le giovani generazioni).

Quando il Paese rischia, quando le famiglie povere crescono, quando la ricchezza si concentra sempre più nelle mani di pochi, occorre fare scelte vere, che aiutino le persone a superare le difficoltà. Tremonti ha applicato la logica dei tagli lineari, cioè si taglia in modo indiscriminato, si tratti dei fondi per le persone non autosufficienti, delle classi di tempo pieno per i bambini, del lavoro di un precario della pubblica amministrazione, dei posti di Polizia o degli sprechi di tanti ministeri.

La manovra finanziaria del Governo nazionale taglia nel bilancio regionale 346 milioni di euro, e saranno 370 nel 2012, ma l’Emilia-Romagna non ha applicato i tagli lineari di Tremonti. Assieme alle forze economiche e sociali e agli enti locali abbiamo deciso di non tagliare il welfare, cioè il fondo sociale e per la famiglia, il fondo per la non-autosufficienza, la sanità, l’istruzione e la ricerca, i trasporti pubblici.

In particolare crescerà anche quest’anno, fino a oltre 500 milioni di euro, il fondo regionale per la non-autosufficienza, ripianando con risorse regionali l’azzeramento del fondo nazionale, e saranno mantenute inalterate, pur di fronte al taglio nazionale, le risorse del Fondo sociale, del Fondo per le famiglie e per le politiche di integrazione degli stranieri.

PUBBLICO, COMUNE, PERSONA E COMUNITA’

I cambiamenti, la crisi, i tagli, le paure che attraversano tutta l’Europa, la mancanza di futuro delle giovani generazioni chiedono risposte nuove.
Mentre la destra dichiara il fallimento del welfare e delle politiche pubbliche per ricostruire un’ideologia dell’individualismo (dall’Europa ai Tea parties), riproponendo una ricetta antica e già fallita, la sinistra ed i democratici devono essere il motore del cambiamento.

l diritto di tutti e di ciascuno a pari opportunità di vita significa partire da quanto diceva Don Milani: uguaglianza non è fare parti uguali tra diseguali. Allora cosa significa oggi garantire l’universalità?

In Emilia-Romagna 31 bambini su 100 tra 0 e 2 anni frequentano l’asilo nido, una rete di servizi educativi di qualità garantita da progetti pedagogici coordinati dal pubblico. La domanda inevasa, cioè la quota di bambini che si iscrivono e restano in lista d’attesa, è il 4%, ed anche se la evadessimo completamente arriveremmo al 35%, un risultato che è alla nostra portata.
Ma noi pensiamo che anche gli altri 65 bambini su 100, che non chiederanno di iscriversi al nido, e le loro famiglie, abbiano diritto ad un progetto educativo, e per questo abbiamo pensato ai centri per le famiglie, ai centri per i bambini e i genitori, al sostegno ad una comunità educativa che ha mille risorse sul territorio e nella quale ogni bambino ed ogni famiglia possa trovare la propria risposta.
Per questo abbiamo voluto la L.R. 14/08, sostenendo e qualificando la rete dei servizi educativi dalla prima infanzia all’adolescenza, per questo la Regione sta lavorando per estendere la rete dei servizi integrativi al nido ed al sistema educativo (centri educativi pomeridiani, pre e post-scuola, centri estivi, ecc). L’obiettivo è una comunità educativa.

In Emilia-Romagna, dal 2006, la creazione del Fondo Regionale per la Non-Autosufficienza, ha garantito servizi diffusi per il sostegno ai disabili e alle persone anziane: assegno di cura per chi è assistito in famiglia, anche con un’assistente familiare in regola cui la regione paga i contributi, assistenza domiciliare sotto varie forme, centri di accoglienza diurni, case di riposo ed RSA.
Con l’avvio dell’accreditamento delle strutture e dei servizi domiciliari abbiamo garantito qualità, trasparenza, la responsabilità e la crescita della cooperazione sociale che gestisce i servizi senza gare al massimo ribasso.
L’accreditamento è la condizione per uscire dalle gare e dall’intermediazione di mano d’opera nel settore dei servizi sociali, per garantire diritti ai lavoratori e qualità omogenea dei servizi gestiti dal pubblico e dal privato sociale, in un sistema dove circa 75.000 famiglie sono coinvolte (tra utenti ed operatori) e si spendono circa 800 milioni di euro all’anno (45% FRNA, 10% FSR, 15% Comuni, 30% utenti).

Mettere al centro le persone, i loro bisogni, il cambiamento sociale significa pensare al diritto delle persone a salute, sicurezza, istruzione e benessere come a beni non individuali ma comuni.

Ed i beni comuni sono una responsabilità di tutti, dei singoli come dei soggetti collettivi, della comunità, che viene prima dello Stato.

Se il benessere riguarda la qualità della vita dei singoli, le loro relazioni familiari e sociali, allora il welfare deve occuparsi non solo del benessere dei singoli, ma della comunità, di costruire e mantenere un senso di comunità, una rete di relazioni e beni comuni. E ciò deve essere garantito dalle istituzioni pubbliche, come dice la Costituzione.

La sfida di innovare il nostro sistema di promozione sociale deve vedere gli enti locali compiere un passo ancora più deciso, assieme alla Regione, nella scelta delle priorità e nel governo dell’offerta di servizi dentro un welfare sussidiario e comunitario.

Dobbiamo prima di tutto consolidare la comunità istituzionale per la programmazione ed il governo del sistema, che deve essere il primo pilastro su cui poggia il sistema di welfare.
Non è pensabile per ciascun comune, per quanto virtuoso, continuare a garantire ai propri cittadini le mense scolastiche, i servizi all’infanzia, l’assistenza domiciliare, la casa per le emergenze, la tutela dei minori, il sostegno alle famiglie, ecc. ecc. senza produrre tagli che metterebbero a rischio l’idea stessa di sistema pubblico e universalistico.
Un welfare per pochi, solo per gli ultimi non è difendibile, non è equo, non produce sviluppo e investimento sociale.
E’ allora indispensabile per gli enti locali e la Regione riaffermare la scelta degli Uffici di Piano distrettuali come luogo di programmazione, di messa in comune delle risorse e dei servizi.
Dobbiamo distinguere più e meglio la programmazione dalla gestione dei servizi, e la gestione dall’erogazione delle prestazioni, come già abbiamo definito con i servizi per la non-autosufficienza.

Al fondo distrettuale per la non-autosufficienza (FRNA) dobbiamo affiancare il Fondo sociale distrettuale cui fare riferimento per la programmazione dei servizi sul territorio.
Occorre mettere in comune risorse economiche, professionalità, buone pratiche e tutti i livelli di innovazione che gli enti locali hanno prodotto. Come dice Bersani la Lega Nord non ha niente da insegnarci, perché noi abbiamo inventato tutto nel governo locale: gli asili nido, la scuola materna ed il tempo pieno, servizi di accoglienza e rifugio per le donne e i minori maltrattati, i mediatori culturali, l’assistenza domiciliare, l’assegno di cura, i centri diurni e i centri di sollievo, l’integrazione scolastica dei bambini diversamente abili, ecc.
Coordinare assieme le risorse e definire la cartella sociale di tutti gli interventi che il welfare locale garantisce alle persone sono i primi passi per rendere trasparente la ricchezza di ciò che già facciamo, e per definire quei Livelli essenziali delle prestazioni che vogliamo garantire ai cittadini dell’Emilia-Romagna anche per il futuro.

Il governo regionale deve accompagnare questo processo, non solo garantendo le risorse economiche come fin qui accaduto, ma allargando la partecipazione degli enti locali alle scelte della Cabina di regia, coinvolgendo pienamente tutti i distretti e rafforzandone il ruolo.

Nel contempo il nuovo Piano sociale e sanitario deve proporsi l’obiettivo di costruire comunità attraverso il coinvolgimento e la partecipazione di tutti i soggetti sociali. Un welfare di comunità si rafforza se può fare leva sulla responsabilità di tutti: il Terzo settore è una risorsa fondamentale prima di tutto per il giacimento di competenze e innovazione nella gestione dei servizi.
Questa risorsa è un bene pubblico alla pari con i servizi pubblici e alla pari deve poter contribuire alla programmazione della rete sociale di cui cooperazione e volontariato sono soggetti fondamentali, molto spesso più vicini ai bisogni di quanto riesca a fare il pubblico. Penso a come sia difficile per molti, soprattutto per chi vive una condizione di povertà ed esclusione estrema, conoscere ed avvicinare i servizi.
Volontariato e cooperazione sono già oggi l’unica ancora di salvezza per molti che vivono ai margini, così come dalle cooperative di abitanti alle cooperative di utenti, può nascere nuova partecipazione attiva dei cittadini.
Dobbiamo assumere pienamente il ruolo del Terzo settore come secondo pilastro del welfare di comunità: per questo il PD dell’Emilia-Romagna, assieme alla Giunta, sta lavorando ad una riforma della L.R. 7/94 sulla cooperazione sociale, con un percorso di partecipazione sul territorio. Allo stesso modo dovremo rivedere le norme di sostegno alle associazioni di volontariato e promozione sociale.

RISORSE, COMPARTECIPAZIONE E PARTECIPAZIONE

Il welfare di comunità è un bene pubblico, quindi di tutti, non solo di coloro che ne usufruiscono direttamente. Per questo è giusto che la quota prevalente sia finanziata con la fiscalità generale.

Nel 2010 in Emilia-Romagna sono stati programmati 1,677 miliardi di euro di spesa sociale, il 37% a carico dei Comuni, il 27% dal Fondo per la non-autosufficienza, il 28% dalle ASL, il 3% da altre risorse regionali, 2% altri soggetti pubblici, 2% altri soggetti privati.

Non possiamo permetterci di allargare il welfare se non allarghiamo le risorse, anche private, che lo sostengono: fondazioni, cooperazione sociale e non, fondi mutualistici e compartecipazione dei cittadini.
Nelle nostre proposte nazionali abbiamo indicato come sia indispensabile la nascita di un sistema mutualistico integrativo (che già oggi è una realtà rilevante) e universale, che consenta di garantire la copertura, in sanità e nel sociale, di prestazioni che il sistema pubblico, pagato dalla fiscalità generale, non eroga.
Allo stesso modo dobbiamo far sì che l’impresa sociale, a partire dalla cooperativa sociale, possa essere attore stabile del sistema, investendo risorse proprie e dei soci utenti in nuovi servizi. In Regione sono già molti gli esempi di Cooperative di utenti che investono risorse private nel welfare di comunità.
Allo stesso modo, con grande fatica, la cooperazione sociale di tipo B dà lavoro a centinaia di persone diversamente abili anche partecipando a gare o fornendo servizi ad aziende private, ed immettendo così beni privati nel sociale.

Nel settore dei servizi sociali in Emilia-Romagna lavorano più di 48.000 operatori in 3.320 strutture, l’1,82% della popolazione attiva. Senza la loro professionalità ed il loro investimento umano non ci sarebbe il welfare; senza le loro competenze non potremmo pensare all’innovazione; senza un investimento nella formazione e in forme gestionali che garantiscano maggiore stabilità al lavoro sociale non potremo investire in nuovi servizi. Per questo anche le gestioni pubbliche, sottoposte all’attacco dei decreti Brunetta, devono pensare sempre più a forme che garantiscano stabilità e continuità, a partire da ASP di dimensione territoriale adeguata.

Riguardo alla compartecipazione dei cittadini alla spesa dei servizi noi diciamo una cosa con grande chiarezza: sostegni economici e rette non possono essere uguali per tutti. Per noi valgono due principi fondamentali: equità e carico familiare, cioè chi più ha, in termini di reddito e patrimonio, più paga, riconoscendo economicamente chi più fa, come compiti di cura ed educativi.
Nell’art.49 della L.R.2/2003, modificato dalla legge finanziaria regionale del 2009, la Regione Emilia-Romagna ha posto le basi per intervenire nella modifica dell’applicazione dell’ISEE sui servizi accreditati, favorendo il riconoscimento del carico familiare. La Giunta ha aperto un tavolo con le parti sociali, che può e deve essere un punto di riferimento anche nei territori per costruire maggiore equità. Non dimentichiamo che dal 2009 la Regione ha stanziato un fondo straordinario di 22 milioni di euro per far fronte, con l’ISE speciale applicato sulle tariffe dei servizi comunali, agli effetti negativi della crisi sulle famiglie.

I cittadini che utilizzano la rete dei servizi non sono solo utenti, ma protagonisti attivi della rete sociale. In primo luogo perché il benessere sociale è frutto di una relazione; in secondo luogo perché chi vive un servizio deve poter pesare sull’organizzazione e sulla scelta delle priorità.
In questi anni abbiamo sperimentato in maniera diffusa il modello dei Comitati degli utenti, mutuato dalla sanità, che ci ha permesso di un dialogo vero, ma ha il difetto di contrapporre in maniera contrattualistica gestione e cittadino.
Se il welfare di comunità si basa sul fatto che i beni comuni sono responsabilità di tutti, questo modello di partecipazione è insufficiente.
Dobbiamo puntare su un modello partecipativo più forte, che si guardi a modelli del passato come i comitati di gestione o a esperienze più attuali come i bilanci partecipati, che porti a condividere più in profondità con i cittadini e le famiglie l’equilibrio tra bisogni e risorse, tra costi e partecipazione alla spesa, come i criteri di accesso e di definizione delle graduatorie.

Dobbiamo pensare e costruire il welfare di comunità come un’esperienza di impegno diffuso, per la capacità di attivare risorse umane e materiali, per la rete sociale che sa produrre, perché è una comunità che si mette in moto.
Nel fare questo, dall’Emilia-Romagna, sentiamo tutta le responsabilità e la necessità di una sfida politica che è anche civile: quella riscossa civica di cui parla Bersani e che è la base del cambiamento di cui ha bisogno il nostro Paese.

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